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La Turchia
in Europa:
un pericolo
sottovalutato
Bolzano
12-01-2000.
L’allargamento dell’Unione Europea è
ultimamente argomento molto dibattuto in considerazione del fatto
che l’espansione dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da
sconvolgere gli attuali, delicati equilibri.
Molti paesi hanno fatto domanda di ingresso
nell’Unione, alcuni appartenenti all’ex blocco comunista altri alla ex
federazione jugoslava; in questa lista d’attesa notiamo però un'
anomalia al tempo stesso inquietante e pericolosa: anche la Repubblica
Turca ha richiesto l'ingresso nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi
i sostenitori di questa candidatura. Per capire meglio la situazione bisogna
però porsi due domande precise:
-
perché
la Turchia vuole entrare in Europa?
-
la Turchia ha
le caratteristiche necessarie al suo ingresso ed alla sua permanenza nella
comunità?
La prima domanda richiede una rapida digressione
poiché, in primo luogo, non si può certo sorvolare sull’alleanza
di ferro che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul fatto che, vista
anche la sua strategica posizione geografica, rappresenta un prezioso alleato
anche per la N.A.T.O. (si legga pure U.S.A.). Gli Stati Uniti infatti hanno
ripetutamente dimostrato quanto sia per loro importante la collaborazione
di Ankara per il mantenimento e l’espansione della loro influenza in Medio
Oriente. Washington perciò è attualmente il maggior sponsor
dell’ingresso della Turchia in Europa in quanto ciò gli conferirebbe
notevole voce in capitolo nelle questioni interne comunitarie e gli garantirebbe
il possesso di un cuneo di penetrazione nel bel mezzo di un'area fondamentale
per il controlo degli equilibri geopolitici mondiali..
Dando invece un rapido sguardo alle presunta
europeicità della Turchia scopriamo subito che le caratteristiche
sociali, economiche e politiche sono ben diverse da quelle comuni a tutti
gli stati che aspirano all’ingresso nell’Unione. I diritti civili, politici
e religiosi sono quotidianamente calpestati da un regime e da una società
sempre in bilico tra dittatura militare ed integralismo islamico che in
questo secolo, ma anche in quello precedente, ha fatto dell’uso sistematico
del terrore l’unico metodo per mantenere saldamente il potere.
Anche considerando gli aspetti sociali
e religiosi osserviamo che l’abisso tra Turchia ed Europa è incolmabile
e che le possibilità di incontro tra le due realtà sono assai
limitate. La dimostrazione l’abbiamo in Germania dove la cospicua minoranza
turca immigrata negli ultimi decenni è ancora decisamente poco integrata
e spesso causa di tensioni sociali. Dobbiamo tenere conto che l’ingresso
della Turchia nell’Unione Europea porterebbe uno stravolgimento degli equilibri
demografico-religiosi interni quali solo ottanta milioni di cittadini musulmani
potrebbe creare, arrivando al paradosso che, nella Comunità Europea,
tradizionalmente cristiana, la nazione più popolosa sarebbe l’unica
musulmana ed extraeuropea. Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto
di carattere economico, riguardo ai quali le pregiudiziali restano notevoli,
i grandi scogli che si oppongono all’ingresso turco nell’unione sono almeno
tre:
-
il
riconoscimento del genocidio armeno:dopo aver subito,
nell'ultima fase di vita dell'Impero Ottomano, ogni sorta di angheria e
maltrattamenti (nel 1880 vengono uccisi più di 300.000 armeni durante
le rivolte irredentiste) con la presa del potere della giunta dei Giovani
Turchi, avvenuta nel 1908, dal 1915 prende il via l'ultima
e più cruenta fase del genocidio del popolo armeno da millenni stanziati
nelle regioni nord orientali della Turchia e, più recentemente ma
in gran numero, anche nella città di Costantinopoli. Più
di 1.500.000 di vittime cadranno in maniera atroce per mano del Governo
Turco.Durante l’estate del 1998 al parlamento italiano venne dalla proposto
dall'On. Giancarlo Pagliarini
della Lega Nord un documento
che affermava il riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del
nostro governo: solo145 parlamentari lo hanno sottoscritto e nessun media
ne ha dato notizia. Con tutta probabilità non fu mai neppure consegnato
alle autorità turche ed insabbiato poco dopo. Recentemente, dopo
la presa di posizione del Comune di Roma, il documento è stato riproposto
ma ancora non si ha notizia della sua discussione in aula. Nel maggio dello
stesso anno l’Assemblea Nazionale francese
(1)
ha approvato all’unanimità un atto in cui si recitava testualmente
“la Francia riconosce
pubblicamente il genocidio degli armeni del 1915”. Il governo
turco ha risposto nel suo classico stile affermando che il genocidio è
una farsa propagandistica e le vittime della repressione furono solo 300.000
(come se ciò rappresentasse una giustificazione). A ciò seguì
addirittura la minaccia di un embargo economico contro la Francia e di
un serio deterioramento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (con
buona pace delle forniture di elicotteri e di attrezzature militari) (2).
Anche in questo caso l'iniziativa venne prontamente insabbiata. Sarebbe
scandaloso se la Comunità accogliesse al suo interno un paese che,
dopo aver commesso tali crimini, non ha neppure il coraggio di fare pubblica
ammenda.

Fig.1 tratta
da "Il Corriere della Sera" di domenica 31 maggio 1998. Fig.2 tratta
da "La Padania".
-
il
ritiro delle forze di invasione a Cipro nord: in
quest’isola decine di chilometri di filo spinato e mattoni dividono in
due l’isola separando le repubbliche greco-cipriota e quella turco-ciprota.
Tutto ciò è frutto dell’invasione turca del 1974 che causò
5.000 vittime e lo sfollamento di 200.000 profughi dalla parte settentrionale,
invasa, a quella meridionale rimasta libera. Nonostante la risoluzione
353 dell’O.N.U. condanni l’aggressione e la definisca priva di ogni fondamento
giuridico nel 1983 i turchi arrivarono addirittura a proclamare Repubblica
Turca di Cipro Nord. Durante l’occupazione, inoltre, viene
attuato un piano di turchizzazione forzata delle aree grecofone con lo
spostamento in massa di interi villaggi dagli altopiani dell’Anatolia centrale
e, per meglio rimarcare le proprie intenzioni, il governo turco procede
alla posa di filo spinato e mura per decine di chilometri. Come se non
bastasse, grazie all’appoggio ricevuto da Stati Uniti e Comunità
Europea, i turchi aumentano le proprie ambizioni ed arrivano ad issare
la propria bandiera sull’isola greca di Imia ed avanzano pretese di possesso
sulle isole del Dodecaneso. L’unica iniziativa europea riguardante la questione
consiste nel far pressione sulla Grecia affinchè non risponde alle
provocazioni. Anche per questi motivi la candidatura turca all’ingresso
nella comunità dovrebbe perlomeno essere prorogata fino a quando
non verranno meno gli atteggiamenti aggressivi ed espansionistici della
repubblica asiatica e non avverrà il ritiro totale ed incondizionato
dall’isola di Cipro.
La linea di
confine tra la repubblica turco-cipriota e quella greco cipriota
-
il
rispetto delle minoranze interne ed in particolar modo della questione
curda: il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto
sul popolo armeno, si è sfogato contro un’altra minoranza etnica
stanziata all’interno dei suoi confini: quella curda. Già nel secolo
scorso i curdi erano stati oggetto della politica repressiva dell'impero
e, dopo aver subito pesanti angherie durante tutto il secolo, attualmente
si vedono negata dalle autorità turche la propria stessa esistenza
in quanto vengono considerati semplicemente turchi
di montagna permettendo così al governo centralista
di applicare la sistematica distruzione della particolare cultura curda
impedendone l’uso della lingua, dei costumi tradizionali e delle tradizioni
nel tentativo di omologare questo popolo al resto della popolazione turca.
L’attuale conflitto in corso nel Kurdistan turco non è altro che
la naturale conseguenza di decenni di spietata repressione che comunque
non accenna assolutamente a diminuire.Anche in questo caso l’Europa ha
dimostrato una volta di più la propria debolezza politica e la soggezione
cronica ai diktat statunitensi e sembra non dare il minimo peso politico
alla repressione perpetrata dalla Turchia ai danni del popolo turco.
Note:
1: in Francia risiede una consistente minoranza
armena, circa 300.000 persone, giunte qui durante la diaspora causata dal
genocidio.
2: confronta con Il Corriere Della Sera
domenica 31 maggio 1998 pag. 10.
Collegamento
al documento: "Il Genocidio Armeno".
Per chiunque
volesse contribuire con notizie, informazioni, commenti può scrivere
all'indirizzo di posta elettronica:
piccamiglio@tiscalinet.it
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