Il Genocidio di Timor est
Bolzano 20/2/2000
L'isola di Timor sotto il dominio portoghese
Fino all'arrivo dei
colonizzatori portoghesi ed olandesi l'isola di Timor si era mantenuta
indipendente sia sotto l'aspetto culturale che sotto quello religioso
mantenendosi quasi impermeabile alle influenze esterne, anche se, fin dal
VII secolo, tutta l'isola era controllata dai giapponesi. I primi ad influenzare
la cultura isolana furono i frati domenicani giunti nell'isola nel 1515
per iniziare la loro opera di conversione.
La spaccatura tra
la parte orientale e quella occidentale dell'isola avvenne con l'avvento
dei colonizzatori europei. I portoghesi, presenti fin dal XVI secolo, nelle
Molucche, le isole delle spezie, a causa della concorrenza dei mercanti
musulmani, cinesi e malesi prima e degli olandesi poi, vennero eliminati
dai principali mercati dell'area riuscendo a mantenere il controllo solo
sulla parte orientale dell'isola di Timor. Il resto dell'isola rimase invece
in mano agli olandesi, giunti nel 1613 e che ne acquisirono il pieno controllo
nel XVIII secolo. Le due potenze coloniali si contesero il territorio fino
al 1859, quando il trattato di Lisbona (ratificato solo nel 1914) disegnò
definitivamente i confini tra le due parti dell'isola. Sotto controllo
portoghese rimase comunque anche l'enclave di Ocussi nel cui capoluogo
era posta la capitale prima che fosse sostituita in tale funzione dalla
città di Dili.
Nel 1896 anche Timor
est, precedentemente amministrata congiuntamente a Macao, acquisì
lo status di colonia indipendente ma questo non servì a placare
i malumori della popolazione locale che, comunque, durante tutti i precedenti
quattrocento anni di dominazione portoghese, aveva promosso numerose ribellioni
spesso represse nel sangue come avvenne anche nel 1912 quando migliaia
furono le vittime della violenza portoghese.
Suo malgrado, anche
durante il secondo conflitto mondiale la popolazione locale dovette pagare
un congruo tributo in termini di vite umane. Gli scontri tra forze giapponesi
ed australiane che si contendevano il controllo dell'isola causarono 40.000
vittime, altre 20.000 caddero durante la difesa della propria patria mentre
20.000
furono le vittime causate dagli indiscriminati bombardamenti alleati
(Dresda, Hiroshima, il Kosovo: cambia il tempo ed il luogo ma i metodi
americani sono sempre gli stessi!!!).
Alla fine del conflitto
le ex colonie olandesi raggiunsero l'indipendenza dai Paesi Bassi per riunirsi
nella Repubblica d'Indonesia mentre la parte orientale di Timor, oltre
all'enclave di Ocussi ed agli isolotti di Cambing e Pulo Jaco, rimase
sotto il controllo portoghese che la trasformò nel 1951 in Provincia
d'Oltremare e successivamente, nel 1973, in Regione autonoma della Repubblica
Portoghese.
Il 1974 è
un anno fondamentale nella storia dell'isola poichè il 25 aprile
in Portogallo la Rivoluzione dei Garofani
spodestò il regime colonialista di Caetano.
La nuova linea politica del governo si orientò presto verso la decolonizzazione
aprendo anche per Timor Est la via verso l'indipendenza. L'iter stabilito
prevedeva per il 1975 l'elezione di un'assemblea costituente e la conseguente
proclamazione dell'indipendenza.
Localizzazione geografica dell'isola di Timor
La nascita delle formazioni politiche timoresi
Nacquero quindi i
primi raggruppamenti politici tra cui l'UDT
(Unione Democratica per Timor Est) primo
partito legalmente riconosciuto e subito ampiamente supportato dal governatore
portoghese che concesse finanziamenti e l'accesso alle stazioni radiofoniche.
Esso rappresentava la classe media di Dili, i portoghesi di più
antica presenza ed i piantatori di caffè. Il partito, guidato da
Lopez
Cruz, proponeva un graduale cammino
verso l'indipendenza passando attraverso un periodo di "associazione" con
il Portogallo.
Il secondo principale
partito era l'APODETI (Associazione
Popolare Democratica Timorese) nato
con l'appoggio del governo indonesiano e dichiaratamente fautrice dell'unificazione
con l'Indonesia. Il suo elettorato si trovava ovviamente nelle zone confinanti
con la parte indonesiana dell'isola ma era integrato anche dalla piccola
minoranza araba. Comunque non riuscì a raccogliere mai grandi consensi
e, quando il governo indonesiano dichiarò esplicitamente di pensare
a Timor Est come ad una futura provincia interna vi fu un'ulteriore erosione
del consenso.
L'unico movimento
dichiaratamente indipendentista era il
FRETILIN (Fronte Rivoluzionario per l'Indipendenza di Timor Est);
il suo bacino elettorale pescava tra i funzionari di rango inferiore, gli
insegnanti, gli studenti ed i nuovi immigrati trasferitisi dalle zone montuose
a quelle urbane. Immediatamente la formazione autonomista si attivò
con un notevole impegno sopratutto riguardo l'istruzione, molto carente,
promuovendo l'utilizzo e la tutela della lingua locale, il Tetum,
che fino ad allora non era mai stata elaborata in forma scritta. Organizzò
una struttura sanitaria di base per le popolazioni locali e non mancò
di favorire la nascita di cooperative agricole. Inoltre addestrò
delle milizie composte da decine di migliaia di persone; la penetrazione
più incisiva nella società timorese fu però dovuta
alla creazione di numerose associazioni studentesche, femminili e di lavoratori
che vennero aiutate nel loro operato dalla nascita di una stazione radio.
Significativamente nel giugno del 1975 tutti i dirigenti del partito si
dispersero nei villaggi allo scopo di propagandare più efficacemente
il messaggio autonomista. Il primo grande successo elettorale venne con
la vittoria nelle consultazioni per le elezioni dei capi villaggio (90%
dei consensi) nel marzo del '75 facendo ben sperare in vista delle imminenti
elezioni generali previste per il 1976.
La guerra civile e la proclamazione dell'indipendenza.
Il pericolo per le
altre due formazioni era sicuramente notevole perciò, nell'agosto
del 1975 l'UDT, d'accordo con l'APODETI, certo dell'appoggio indonesiano,
dei potentati economici e della collaborazione dei servizi segreti australiani
tentò un golpe. La reazione del FRETILIN fu pronta ed al suo fianco
si schierarono anche le truppe indigene inquadrate nell'esercito portoghese.
Gli scontri non durarono molto e, all'inizio del settembre '75, gli indipendentisti
controllavano gran parte dell'isola compresa la capitale Dili: in tutto,
il pur breve conflitto, costò la vita ad un numero compreso tra
1.500 e 3.000 persone.
A questo punto i
golpisti furono costretti al ritiro in Indonesia. Violando tutte le convenzioni
internazionali l'esercito indonesiano iniziò a rendersi protagonista
di numerose incursioni nell'isola sopratutto nelle zone vicine al confine
tra le parti est ed ovest.
Vista la situazione
il 28 novembre 1975
il FRETILIN proclamò l'indipendenza e la nascita della
Repubblica di Timor Orientale (RDTO) guidata
dai due capi indipendentisti Francisco
Xavier do Amaral e
Nicolau Lobato. La nuova repubblica
fu immediatamente riconosciuta da dodici stati tra i quali la Repubblica
Popolare cinese, e le ex colonie
portoghesi d'Africa.
La risposta dei
partiti filo-indonesiani consistette in una controdichiarazione che dichiarava
Timor parte integrante della Repubblica di Indonesia anche se ovviamente
non fu accettata ne dagli indipendentisti ne dal Portogallo.
L'invasione indonesiana
Nel novembre del
'75 la visita in Indonesia di
Ford
e Kissinger fu
premonitrice degli avvenimenti che seguiranno: gli Stati Uniti dettero
in quell'occasione il loro pieno sostegno all'azione indonesiana assicurando
anche il proprio sostegno militare al fine di scongiurare la presunta minaccia
comunista che temevano venisse da Timor Est.
Forte della connivenza statunitense e
dei tanti potentati economici interessati alla vicenda (l'Australia aveva
forti interessi petrolifici nella regione), il 7 dicembre l'esercito indonesiano
bombarda la capitale Dili ed invade la parte orientale dell'isola.
Dopo alcuni giorni, il 22 dicembre, il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiede, con la risoluzione n°384, il
ritiro delle truppe ma le truppe d''invasione continuano comunque nella
propria azione massacrando,
spesso tra atroci sofferenze, circa 60.000
persone tra cui i quadri dirigenti del FRETILIN, ed instaurando
un Governo Provinciale che addirittura, il 30 marzo del '76, chiese l'annessione
di Timor Est all'Indonesia. La direzione del nuovo governo fu presa dal
presidente dell'APODETI a capo del gabinetto e di quello dell'UDT quale
vice.
Il 31 maggio del '76 un'Assemblea
Rappresentativa del Popolo creata e controllata dalle forze
di invasione approvò una "petizione"
che chiedeva l'annessione
all'Indonesia ed il divieto di insegnare la lingua Tetum. In seguito, il
17 luglio dello stesso anno, il governo indonesiano ratificò le
conquiste con il Trattato di Annessione.
L'Indonesia si era così assicurata
il dominio su di un territorio strategico per gli equilibri dell'area oltre
che ricco di risorse minerarie, petrolifere ma anche ittiche e boschive.
In questo modo, inoltre, era stata sventata la presunta minaccia comunista
che tanto preoccupava Giakarta ma ancor più il governo degli Stati
Uniti.
Il Consiglio di Sicurezza e l'Assemblea
Generale dell'ONU condannarono l'invasione producendo tra il 1975 ed il
1982 numerose risoluzioni di condanna all'azione indonesiana. Significativamente
gli Stati Uniti votarono sempre contro tutte le risoluzioni prodotte, cercando
continuamente di minimizzare e nascondere la gravità della situazione
timorese. Infatti gli americani erano molto interessati al ruolo di gendarme
subimperialista svolto in quell'area dal regime indonesiano (similmente
al ruolo turco in Medio Oriente), ma erano anche estremamente preoccupati
dalla possibile radicalizzazione di un movimento comunista in un momento
ed in una zona estremamente delicati.
Il 22 settembre 1976 il Consiglio di Sicurezza
sollecitò il ritiro delle forze d'occupazione indonesiane ma la
risposta fu la pronta ufficializzazione da parte del presidente Suharto
dell'avvenuta annessione di Timor est alla Repubblica indonesiana. Per
il resto le reazioni internazionali si limitarono a qualche piccola campagna
giornalistica (Australia, Cina, Portogallo) ed al blocco navale durato
alcuni giorni attuato dai portuali di Sidney che bloccarono tutte le navi
dirette in Indonesia.Ovviamente le connivenze e le coperture internazionali,
sopratutto statunitensi ed australiane, fecero in modo che, nella realtà,
il governo di Giakarta potesse agire indisturbato e senza timore di subire
alcuna ripercussione. Al contrario i rapporti commerciali furono salvaguardati
e migliorati e furono proprio le nazioni occidentali a trarne i massimi
vantaggi grazie anche alle notevoli forniture militari concesse all'Indonesia.
La
repressione indonesiana
L'offensiva condotta
dall'esercito invasore puntava decisamente all'annientamento di Timor Est
nel tentativo di ridurne la popolazione massacrandola a più riprese,
provocando carestie
ed
arrivando addirittura alla limitazione delle nascite tramite la sterilizzazione
forzata delle donne. Si procedette
alla distruzione ragionata del sistema
agricolo ed intere famiglie di contadini,
che prima abitavano sparsi sul territorio e sulle montagne, furono trasferite
in villaggi strategici per essere meglio controllate ed affamate. I timoresi,
anche se più volte sconfitti, perseverano nella resistenza grazie
anche al sostegno della popolazione e della Chiesa Cattolica. D'altro canto
l'esercito indonesiano non fu in grado di risolvere militarmente la situazione.
Intanto le autorità procedevano anche ad una vasta opera
di infiltrazione etnica
spostando masse di contadini poveri da Bali e Giava sulle migliori terre
sottratte ai timoresi nel tentativo palese di rendere il popolo autoctono
una minoranza sulla propria stessa terra. Il governo provò anche
ad offrire posti di lavoro in altre isole dell'arcipelago al fine di disperdere
il più possibile la popolazione timorese ma, quando ciò non
risultò sufficiente, ricorse senza remore alla deportazione
di massa.
La repressione fu
anche di carattere religioso. In base al primo dei cinque principi del
Pancasila,
a cui si ispira la costituzione indonesiana, tutta la popolazione deve
professare una delle religioni ufficialmente riconosciute: ovviamente i
culti animisti timoresi non erano tra queste e tutta la popolazione venne
automaticamente considerata atea, comunista e quindi doveva essere eliminata.
Contemporaneamente prendeva il via la campagna di islamizzazione con la
costruzione di moschee sparse in tutto il territorio nelle quali si cercava
di attirare nuovi proseliti offrendo alcuni vantaggi a coloro che decidevano
di convertirsi all'Islam. Nonostante ciò fu la Chiesa cattolica
ad attirare il maggior numero di nuovi "fedeli".
Il conteggio delle
vittime risulta difficoltoso a causa del serrato blocco sull'informazione
imposto dal regime di Giakarta.
Nel
1975 si parlava del 10% della popolazione uccisa, nel 1979 del 15% mentre
nel 1988 la cifra si attestava a circa il 30%. Il Dipartimento di Stato
stima le perdite in numero compreso tra 100.000 e 200.000 morte di fame
od a causa degli effetti degli agenti chimici e defolianti.
Il censimento portoghese del 1970 registrava una popolazione di 610.000
abitanti cresciuti presumibilmente a 680.000 nel 1975 al momento dell'invasione.
Il censimento indonesiano del 1980 riportava invece la cifra di 550.000
abitanti ma i dati forniti dalla Chiesa cattolica di timorese, rilevati
parrocchia per parrocchia, parlavano di 425.000 superstiti tenendo comunque
conto che, con tutta probabilità alcune decine di migliaia di persone
si erano rifugiate nella parte occidentale dell'isola. Quindi,
oltre 250.000 persone vennero uccise nel brevissimo arco di tempo di cinque
anni.
I dati ci confermano
che gli indonesiani hanno attuato uno dei genocidi peggiori della storia,
proporzionalmente ancora più sanguinoso del massacro perpetrato
dai comunisti cambogiani di Pol Pot.
La resistenza timorese: nasce il FALINTIL
Dal momento dell'invasione, e sopratutto
in seguito, nel tentativo di controllare il territorio, le forze indonesiane
hanno sempre dovuto scontrarsi con la tenace resistenza della guerriglia
promossa dal FRETILIN che, grazie alla struttura militare organizzata prima
dell'invasione diede vita al
FALINTIL (Esercito
di Liberazione di Timor Est) costituito
da circa 2.500 soldati regolari, 7.000 irregolari e 20.000 militanti. L'esercito
indonesiano era invece forte di circa 30.000 uomini e per contrastare la
resistenza avviò una massiccia campagna colpendo anche la popolazione
civile con bombardamenti al napalm sulle aree sotto il controllo del FALINTIL.
Negli anni ottanta,
constatando che comunque la resistenza timorese non demordeva, le forze
indonesiane si cimentarono in numerose azioni repressive. Nel 1983 prendeva
il via l'Operazione pulizia totale
nell'intento di azzerare definitivamente la risorse dei ribelli. Vennero
così perpetrati altri massacri ed arresti tra tutti coloro anche
solo sospettati di essere simpatizzanti e fiancheggiatori della causa timorese.
A Kraras un gruppo di oltre 2.000 persone venne quasi totalmente sterminato.
Nel dicembre del '90 le teste mozzate di alcuni guerriglieri timoresi vennero
esposte nel bazar di Baucau. Nell'ottobre del 1982 un membro del FALINTIL
venne bruciato sulla piazza di Ainaro quale monito per la popolazione.
Nonostante ciò, nel dicembre del 1984, il comando indonesiano dovette
suo malgrado constatare che il FALINTIL era ben lungi dall'essere sconfitto.
Gli invasori si
videro costretti a reiterare più volte questo tipo di operazioni
e tra il novembre '86 ed il gennaio '87 scattò l'Operazione
estinzione al fine di decapitare il
movimento timorese delle sue guide. Inoltre il numero degli effettivi impiegati
durante le operazioni venne accresciuto fino a 40.000 unità sintomo
evidente che la battaglia era tutt'altro che vinta.
Anche la società
civile timorese, totalmente coinvolta nel conflitto, promosse forme di
disobbedienza civile e le proteste contro la presenza degli occupanti indonesiani
si moltiplicarono trasformando ogni occasione, dalle processioni alle ricorrenze,
in momento di contestazione. Anche i tentativi di integrazione culturale
forzata promossi dagli invasori nei confronti della popolazione locale
non ebbero felice esito.
La strage di Santa Cruz: il mondo scopre la tragedia timorese
In questo contesto
destò grande scalpore in tutto il mondo la Strage
di Santa Cruz simbolo del martirio
subito dalla popolazione timorese. Il 12 novembre del 1991 al termine di
una cerimonia religiosa celebrata in memoria di un esponente della Resistenza,
il corteo che ne seguì, diretto verso il cimitero di Santa Cruz
e trasformatosi subito in manifestazione in favore dell'indipendenza, fu
barbaramente oggetto del tiro delle forze indonesiane presenti sul posto,
benché queste non fossero state provocate. La sparatoria si svolse
all'interno del cimitero e molte delle vittime morirono dissanguate poiché
fu impedito ai soccorritori di accedere al luogo del massacro. L'accaduto
fu rocambolescamente filmato da un operatore di Yorkshire TV che riuscì
in seguito a portare con sè la registrazione ed a diffonderla in
tutto il mondo. Il bilancio ufficiale parla di 19 morti ma, fonti ben più
attendibili, hanno permesso di stilare una lista di 271 morti, 250 scomparsi,
382 feriti e centinaia di persone arrestate, processate ed incarcerate
con l'accusa di sovversione.
Lo scalpore dest
ato
dalle immagini provocò finalmente la reazione internazionale. Olanda,
Canada e Danimarca sospesero le forniture militari all'Indonesia ed anche
gli Stati Uniti approvarono un disegno di legge in tal senso.
Il 20
novembre '92
venne arrestato il capo della lotta timorese Alexandro
Xanana Gusmao (in foto a destra) mentre si recava a dei
colloqui di pace organizzati dall'ONU e sua moglie Justina, incinta e malata
di tubercolosi, fu gettata in prigione dove poi partorirà. Gusmao
venne tenuto prigioniero in luoghi segreti fino al 1999 ed il governo indonesiano
cercò a più riprese di sfruttarne la detenzione diffondendo
anche voci secondo le quali le forze ribelli si stessero arrendendo in
massa. Nel maggio del '93 un processo farsa condannò Gusmao all'ergastolo
ma questo non fece desistere i
guerriglieri timoresi che, dopo la cattura
del vice di Gusmao, erano guidati da Nino
Konis Santana, detto Mau
Hunu. In quel periodo la forza del
FALENTIL consisteva in un migliaio di guerriglieri, 3-4000 riservisti e
decine di migliaia di militanti politici.
Oltre alla guerriglia militante la ribellione
timorese l'azione dei ribelli si espresse anche attraverso azioni dimostrative
quali l'occupazione delle ambasciate statunitensi, russe ed olandesi conclusesi
spesso con l'arresto e l'incarcerazione degli attivisti.
Un significativo riconoscimento alla causa
timorese venne però dall'assegnazione, nel 1996, del Nobel
per la Pace al vescovo di Dili Ximens
Belo ed al militante pacifista José
Ramos Horta per la loro instancabile
opera a favore del popolo di Timor Est.
Il referendum
Negli anni che seguirono la condizione
del popolo timorese non segnò miglioramenti di sorta e l'azione
repressiva del governo indonesiano poté proseguire indisturbata
grazie alla scandalosa indifferenza dell'opinione pubblica ed alle vergognose
connivenze di molte nazioni occidentali prime tra tutte Stati Uniti ed
Inghilterra. Nella seconda metà degli anni novanta, però,
l'economia indonesiana cominciò a risentire sempre più della
crisi economica ed il disagio popolare crebbe rapidamente. La popolazione
affamata assaltò i negozi e numerose furono le manifestazioni di
piazza sfociate spesso in bagni di sangue con migliaia di vittime. La protesta,
comunque, costrinse il presidente Suharto, nel gennaio del '98, a dare
le dimissioni venendo subito sostituito da Habibie.
Il 27 gennaio 1999 il ministro della difesa,
il potente generale Wiranto,
riaprì la questione timorese dichiarando che sarebbe stato consentito
alla popolazione timorese di esprimersi attraverso un referendum promettendo
anche che il risultato delle urne sarebbe stato rispettato.
Iniziarono quindi le trattative tra Indonesia,
indipendentisti timoresi e Portogallo che si conclusero in maggio soto
l'egida dell'ONU. Le autorità indonesiane pretesero però
di avere il controllo totale dell'ordine pubblico affidandolo alle proprie
forze di polizia. Ciò consentì alle autorità indonesiane
di organizzare ed addestrare le bande paramilitari che in seguito si resero
protagoniste di efferati episodi. Nell'aprile dello stesso anno, a Liquica,
gli squadroni della morte massacrarono a colpi di machete e sotto i colpi
dei loro fucili, una cinquantina di persone mentre il 23 giugno attaccarono
due rappresentanze dell'ONU saccheggiando anche un convoglio di aiuti senza
che le forze di polizia indonesiane intervenissero. Centinaia di villaggi
sono stati dati alle fiamme e numerosi sono stati gli scontri tra indipendentisti
e la milizia filoindonesiana
Mahidi (Vita o
Morte per l'Indonesia) che hanno provocato
centinaia di vittime. Varie decine furono gli sfollati costretti ad abbandonare
le proprie case per scampare alla furia omicida dei miliziani affollando
numerosi campi di rifugio nell'isola.
Prima dello
svolgimento del referendum sono state assassinate, secondo fonti della
Chiesa, tra le 3.500 e le 5.000 persone:
un numero ben maggiore di quello registrato in Kosovo e per il quale l'intervento
statunitense è stato prontissimo!!!
Il 30 agosto '99
il 99% della popolazione si comunque recò alle urne. Il responso
fu un successo per gli indipendentisti (78,6% delle preferenze) ed una
bruciante sconfitta per il regime di Giakarta.
Nonostante le milizie
paramilitari avessero cercato di impedire in ogni modo lo svolgimento regolare
della consultazione, terrorizzando la popolazione nel tentativo di far
disertare le urne, il coraggio dei timoresi fu tale da far registrare un
afflusso record.

Una Chiesa
distrutta dai musulmani durante gli scontri ed un manifestante indonesiano
mantre invoca la "guerra santa"
(La Padania
22/1/2000 e 20/2/2000).
La reazione indonesiana e la missione ONU
Il 4 settembre '99,
subito dopo l'annuncio della vittoria indipendentista, le milizie filo-indonesiane
hanno scatenata di violenza paragonabile a quella avvenuta durante l'invasione
del '75. Niente e nessuno fu risparmiato e gli attacchi si sono diretti
anche verso stranieri, consolati e rappresentanze ONU. La sede della Croce
Rossa, dove avevano trovato rifugio migliaia di sfollati è stata
brutalmente assaltata. Dili è stata ridotta ad un mucchio di rovine
ed i suoi abitanti si rifugiarono sulle montagne e le foreste vicine. Mentre
gli squadroni della morte agivano indisturbati anche le conniventi forze
dell'ordine indonesiane, che avrebbero dovuto assicurare la calma, contribuivano
alle stragi dando man forte alle squadracce formate spesso da delinquenti
scarcerati ed appositamente convogliati nell'isola.
Secondo stime effettuate
dall'ONU 200.000 persone vennero deportate
nella parte ovest dell'isola al fine di dividere il paese e fiaccare la
resistenza mentre le vittime non furono
meno di 20.000. Anche in questo caso
le responsabilità statunitensi sono enormi in quanto è accertato
che interi reparti dell'esercito indonesiano furono addestrati segretamente
negli USA durante un programma di addestramento protrattosi fino al '98
ed approvato dal governo di Washington.
La tragica situazione
venutasi a creare dopo l'esito del referendum obbligò finalmente
la comunità internazionale ad intervenire e, dopo una lunga diatriba
con il governo indonesiano, venne deciso l'invio dei Caschi
Blu dell'ONU della
missione INTERFET per garantire senza ulteriori
traumi e spargimenti di sangue l'applicazione dei risultati del referendum.
Lo schieramento della forza di pace, anche se sarebbe dovuto essere effettuato
durante lo svolgimento del referendum e ritardata dall'intervento statunitense
e di altre nazioni conniventi, ha comunque permesso di limitare l'azione
delle milizie indonesiane e di riportare la calma nella pur martoriata
isola.
Il 20 ottobre del
'99 il parlamento indonesiano ha ratificato il risultato del referendum
e due giorni dopo è stato possibile il rientro in patria dell'esponente
indipendentista Xanana Gusmao dopo sette anni di esilio.
Comunque occorreranno
decenni per porre rimedio ai danni ed alle violenze perpetrate nei confronti
della già provata terra timorese ed i paesi occidentali, non meno
responsabili dell'accaduto di quanto lo sia il governo indonesiano, hanno
il dovere morale di assistere, anche materialmente, il cammino di rinascita
che l'ex colonia portoghese sembra ormai aver intrapreso.
Bibliografia
Collegamenti a siti inerenti la questione timorese
http://www.etan.org il sito del "The East timor Action Network" si occupa appunto della questione timorese e ci fornisce una completa bibliografia della letteratura concernente l'argomento. Inoltre è disponibile anche una lista di siti web.
http://www.tmcrew.org/news/indonesia/index.htm un documento del maggio '99 che ripercorre gli ultimi decenni di storia timorese e fa il punto, al momento in cui è stato scritto, della situazione sull'isola. all'interno si possono trovare alcuni interessanti collegamenti.
http://etan.org/etanphoto/ un'importante galleria fotografica che mette in luce la situazione e le atrocità commesse sull'isola dalle truppe indonesiane.
http://ines.gn.apc.org/apm-gfbv/3dossier/timorest.html un documento dell'Associazione per i Popoli Minacciati di Bolzano scritto nel dicembre del 1997 che analizza la reazione indonesiana al momento dell'assegnazione del Premio Nobel a Monsignor Ximenes Belo.
Per chiunque
volesse contribuire con notizie, informazioni, commenti può scrivere
all'indirizzo di posta elettronica:
piccamiglio@tiscalinet.it