Il Sahara Occidentale: dall'oppressione coloniale alla lotta verso l'indipendenza.
Bolzano 21/03/2000
Il Saharawi prima della colonizzazione spagnola
La presenza umana nell'area
dell'attuale Sahara Occidentale, o Sahara Spagnolo, risale al periodo
mesolitico, ed è testimoniata da numerosi ritrovamenti archeologici. Nei
millenni successivi, nonostante l'inaridimento progressivo dell'area gli
insediamenti non cessarono mai di esistere. Le popolazioni che abitavano queste
terre presentavano caratteri somatici misti negroidi e nordici.
A partire dal primo
millennio a.C., gruppi nomadi berberi migrarono in queste terre sovrapponendosi
e mischiandosi alle etnie che già presenti. L'arrivo dei berberi vide
l'apertura delle vie carovaniere transahariane che collegavano le coste
dell'Atlante con le terre che si affacciano sul Golfo di Guinea e ciò permise
di migliorare le condizioni economiche delle popolazione. Successivamente, dal
VII secolo l'espansione araba fece sentire la propria pressione anche su queste
terre comportando l'islamizzazione delle genti locali, avvenuta comunque
lentamente e non senza difficoltà. Ed è proprio dalla fusione del gruppo
berbero dei Sanhaya con la popolazione araba dei
Beni, avvenuta tra il XIII ed il
XIV secolo, che nacque il nucleo originario del popolo Saharawi. Infatti, essi
presentano caratteri razziali misti arabo-africani e parlano un dialetto arabo
denominato Hasanya.
L'insieme delle tribù saharawi, a
differenza di quanto accadeva nei limitrofi regni di Marocco e Mauritania, non
diedero vita ad una organizzazione statale ed unitaria ma si organizzarono
secondo una scala gerarchica che vedeva in cima le tribù guerriere (Reguibat,
Uld Delim, Tekna), le quali avevano il controllo delle vie carovaniere;
sotto di esse vi erano le tribù "religiose", che si dedicavano alla
predicazione coranica ed trasmissione della cultura; infine vi erano le tribù
stanziali della costa, che vivevano di pesca e della produzione delle saline, e
quelle di pastori nomadi dell'entroterra. Tutti questi gruppi, comunque
pagavano un tributo alle tribù guerriere che offrivano, in cambio, la loro
protezione.
Ogni tribù si autoamministrava
attraverso l'assemblea dei capi famiglia, la Giama'a,
che eleggeva un capo, il giudice il quale operava nel rispetto della legge
islamica. Nonostante la vastità del territorio e la conseguente bassa densità
della popolazione non favorissero l'avvicinamento e la coesione tra le varie
comunità in situazioni di pericolo e guerra venivano stretti patti tra i vari
gruppi ed entrava in funzione una organizzazione sovratribale chiamata l'Ait'Arba'in.

Localizzazione geografica della RASD
La colonizzazione spagnola
I primi tentativi di
penetrazione coloniale di Spagna e Portogallo ai danni delle popolazioni
autoctone iniziarono già nel XV secolo ma, a seguito della bellicosità delle
tribù del Sahara e della loro reazione, non riuscirono per molto tempo a
realizzare i propri progetti. Gli europei erano però molto interessati alle
ricchezze del paese, sopratutto allo sfruttamento delle risorse ittiche ed al
controllo delle vie carovaniere ed ai traffici che vi si svolgevano; tornarono
perciò in seguito a perseguire i propri scopi espansionistici. Dopo che anche
Francia ed Inghilterra si dimostrano interessate al nord-Africa la Spagna, nel
1884 invia l'italiano Emilio Bonelli ad esplorare i territori del Rio de Oro:
egli riuscirà ad ottenere un trattato con le popolazioni locali tramite il
quale le stesse riconoscevano il controllo dell'autorità spagnola fino a Capo
Bianco e, già l'anno seguente durante il Congresso di Berlino, la Spagna
proclamerà la sua sovranità su tutto il Rio de Oro oltre che su Tunisia,
Mauritania e su alcuni territori del Golfo di Guinea.
Da quel momento in poi inizia a
consolidarsi la presenza dei colonizzatori spagnoli con la costruzione delle
città di Villa Cisneras, oggi Dakhla, e La Guera; la presenza spagnola si
limiterò però per molto tempo alla sola costa in quanto la penetrazione
nell'entroterra fu resa ardua dall'ostilità delle popolazioni locali. La
reazione delle popolazioni locali non si fece però attendere ed, attorno al
predicatore Ma' el-Aynin, si
coagulò il primo gruppo di resistenza sahrawi. Le file della resistenza,
originariamente formata dai 68 figli e dalle 26 mogli del capo, si ingrossarono
con l'apporto di elementi tra cui molti nomadi del deserto minacciati dalla
pressione coloniale; nel 1885 viene perciò proclamata la guerra santa contro
gli invasori e, nello stesso anno, fondò la città di Smara unica città sahrawi
di fondazione indigena. Per condurre la sua lotta cercò anche di tessere una
rete di alleanze ma il suo tentativo di unire alla causa il Marocco fallì
quando questo, nel 1912, diventa protettorato francese. Ma' el-Aynin morì in
battaglia e questa circostanza favorì la spartizione dell'area tra Francia e
Spagna che si accordarono per sfruttare la regione ed annientare
definitivamente la resistenza sahrawi. Nonostante le truppe francesi premessero
da nord, est e sud e la presenza spagnola penetrasse sempre più in profondità
nell'entroterra, la resistenza locale non demorse e Smara cadde solo nel 1934 quando
ormai tutto il paese era ormai assoggettato al potere coloniale. Come successo
in molte altre simili circostanze, la repressione che seguì alla sconfitta
militare fu immediata e violenta. I reduci della resistenza vennero
perseguitati ed espulsi dal paese ed anche la polazione civile che aveva
appoggiato la ribellione venne punita con la distruzione dei propri mezzi di
sussistenza, bestiame ed agricoltura. La guerra civile spagnola e l'apparente
scarsezza di ricchezze della colonia fecero si che per oltre un quindicennio,
fino alla fine degli anni '40, la presenza coloniale non sia troppo oppressiva.
Quando però venne scoperta la presenza di giacimenti di fosfati ed iniziarono
le ricerche di depositi di idrocarburi l'interesse della Spagna tornò a ridestarsi.
Il processo di decolonizzazione e le ingerenze del Marocco.
In quegli anni, inoltre,
l'effervescenza di molte zone del Magreb che avviavano la lotta per
l'indipendenza, faceva sentire i suoi effetti anche nel Sahara spagnolo. Il
Marocco aveva ottennuto l'indipendenza nel 1956 ma non considerava la lotta per
l'indipendenza conclusa in quanto mirava all'annessione dei territori sahariani
(Mauritania, Sahara dell'ovest, parte dell'Algeria e del Mali) ancora sotto
dominio francese e spagnolo; la Mauritania, sottomessa ai colonizzatori, vedeva
invece il sahara spagnolo come il naturale fratello per una futura
unificazione.
Già all'indomani della cacciata dei
colonizzatori, quindi, l'Armata di
Liberazione del Marocco, affiancata da forze sahrawi compie una
serie di attacchi contro Ifni, dov'era allora posta la residenza del
governatore spagnolo. La reazione spagnola è decisa e vengono immediatamente
trasferiti 14.000 soldati e 130 aereoplani: la resistenza sahrawi è
immediatamente sconfitta e l'armata marocchina ricacciata oltreconfine. Come
già avvenuto in passato la popolazione civile fa le spese del conflitto; una
parte del Saquit el-Hamre viene costretta all'esodo mentre il resto dei civili
deve subire persecuzioni ed uccisioni per ritorsione. La cessione della zona di
Tarfaya dalla Spagna al Marocco riporta comunque la pace tra le due nazioni.
Con il ristabilimento della calma
viene fondata l'ENMINSA, la società mineraria spagnola che, grazie anche ad
appoggi statunitensi e tedeschi, inizia l'attività estrattiva nella zona di Bu
Craa dove viene aperta una miniera a cielo aperto.
Contemporaneamente il Marocco
ribadisce le sue mire espansionistiche cercando di ostacolare il processo
d'indipendenza della Mauritania che comunque si affrancherà nel 1960. Anche con
l'Algeria, dopo che ne aveva appoggiato la lotta anti-francese, sorgono
contrasti a causa della contesa sul territorio di Tindouf: in seguito la
situazione verrà risolta con la rinuncia da perte algerina della sovranità sul
territorio in cambio di uno sfruttamento congiunto delle miniere di ferro.
Nel 1965 anche l'ONU incomincia ad
interessarsi della situazione ed approva una prima risoluzione, che verrà in
seguito reiterata ogni anno, nella quale si chiedeva al governo spagnolo di
prendere adeguate misure al fine di liberare i territori dell'Ovest Sahara
istituendo un referendum tramite il quale il popolo sahrawi avrebbe potuto
decidere del proprio futuro. Ufficialmente le posizioni di Marocco, Mauritania
e Spagna sono favorevoli all'iniziativa ma, nei fatti, non fanno nulla per
renderla effettiva. Il governo spagnolo, rimandando continuamente il
referendum, crea addirittura la Giama'a
un'Assemblea Generale del Sahara
che però risulta essere un organo in mano agli spagnoli che lo utilizzano per i
propri fini.
Intanto, il processo di
urbanizzazione delle popolazioni nomadi, accelerato dalle ricorrenti stagioni
secche e dalla grande offerta di lavoro nei centri della costa, faceva sempre
più sentire i suoi effetti mettendo a contatto elementi di tribù che in passato
non avevano mai avuto modo di solidarizzare e la popolazione spagnola con
quella indigena. Questo processo consente la nascita di una diffusa coscienza
etnico-nazionale che risulterà fondamentale nel proseguo della lotta di
liberazione del popolo Sahrawi. I giovani sahrawi hanno da questo momento la
possibilità di studiare ed istruirsi nelle scuole marocchine e nelle università
dei paesi magrebini mentre gli stessi spagnoli, spinti dalla necessità di
reclutare mano d'opera specializzata per le proprie imprese, aprono numerose
scuole superiori.
La nascita del movimento indipendentista sahrawi: il Fronte Polisario
Il 1967 vede la nascita del
primo movimento organizzato per l'indipendenza del popolo sahrawi: è l' MLS (Movimento di Liberazione del Sahrawi)
fondato da Sidi Ibrahim Bessiri
un insegnante di religione ed arabo a Smara in Siria dove era arrivato dopo
essere fuggito nel'58 in Marocco dove aveva potuto studiare. Il movimento aveva
tra le sue finalità aveva la liberazione nazionale e numerose riforme
sociali senza l'utilizzo della non violenza. Il 17 giugno, però, in
occasione di una festa indetta dalle autorità spagnole per celebrare
l'annessione del Sahara spagnolo, viene indetta una contromanifestazione di
protesta nel quartiere popolare di Zemla nella città di Ayun. L'esercito
reagisce sparando sulla folla e provocando un massacro: molti sono gli arresti
effettuati e tra questi viè anche quello di Bassiri di cui, da quel momento,
non si avranno più notizie. In seguito a questo fatto l'MLS viene sciolto ed i
suoi aderenti vengono costretti all'esodo.
La lotta iniziata da Bessiri viene
ripresa da un altro giovane Requibat di formazione marocchina, al-Wali Mustapha Sayed che comincia la sua
militanza a favore della causa sahrawi entrando in un collettivo antispagnolo
all'università di Rabat. Dopo i due colpi di stato contro il presidente Hassan,
in cui gli aderenti al collettivo sono marginalmente coinvolti, decide assieme
ai compagni di riparare a Zomerate in Mauritania. In questo luogo, dopo aver
preso contatti con altri sahrawi, viene fondato nel 1973 il Fronte Polisario o Fronte per la Libertà del saquiat al-Hamra ed il Rio de
Oro: l'intento
dei ribelli è porre fine all'occupazione ed al regime coloniale degli spagnoli
ricorrendo anche alla lotta armata. Nel III congresso del Fronte vengono
inoltre chiarite le linee guida del movimento che prevedono la volontà di
mantenere, una volta ottenuta l'indipendenza, le frontiere coloniali (in
ottemperanza al principio sancito dall'OUA), di eliminare la struttura tribale
della società e di emancipare le donne, che contribuiranno in seguito in modo
determinante alla lotta anticolonialista. Fin dall'inizio la lotta del Fronte
si esplica sia sul piano militare, con azioni via via sempre più efficaci, che
su quello diplomatico cercando di intrattenere rapporti con i governi dei paesi
arabi al fine di legittimare la propria rappresentatività del popolo sahrawi.
Contemporaneamente la crisi dell'impero coloniale portoghese ed altri fattori
spingono la Spagna ad affrontare la questione del Sahara spagnolo. Il
censimento che viene fatto, però fornisce risultati atti a favorire gli
interessi spagnoli, considerando gli indigeni sahrawi nel numero di 73.497, su
un totale di 95.019 abitanti, mentre la resistenza quantifica in circa
500-600.000 il numero di sahrawi considerando i nomadi ed i numerosi
fuoriusciti (40-50.000 risiedevano in Marocco, 18.000 in Algeria mentre altri
in Mauritania).
La Marcia Verde
Appena la Spagna si
dichiara pronta ad indire il referendum la reazione marocchina nella persona
del re Hassan II è molta violenta ed il sovrano arriva ad affermare che
impedirà con ogni mezzo l'inclusione di una opzione indipendentista all'interno
del referendum. In precedenza la Spagna, intenzionata a lasciare libero il
paese, aveva operato in tal senso favorendo la nascita del PUNS (Partito di Unità
Nazionale Sahrawi) che avrebbe dovuto guidare il paese all'indipendenza; la reazione
marocchina, però, spinse la Spagna a tornare sui suoi passi disilludendo le
speranze della popolazione locale sempre più raggruppata attorno al Fronte
Polisario. In Algeria il fronte cominciò ad approntare dei campi di raccolta
nei quali confluirono anche numerosi disertori sahrawi dell'esercito.
Il 14 ottobre 1974 una
missione ONU incaricata di verificare la situazione del paese rileva quanto la
popolazione osteggi l'annessione del Sahara Spagnolo ad uno dei paesi vicini e
come sostenga il Fronte Polisario quale proprio legittimo rappresentante. Due
giorni dopo la Corte dell'Aja decreta illegittima l'applicazione del principio
di res nellius (terra di nessuno) al Sahara Spagnolo e dichiarava
l'inesistenza di vincoli di sovranità territoriale di Marocco e Mauritania nei
confronti del Sahara Spagnolo.
Il Marocco non accetta
passivamente le risoluzioni dell'ONU e reagisce, dopo aver stipulato un accordo
segreto con la Mauritania, inviando ben 350.000 contadini da Tarfaya al di la
del confine con il Sahara durante la cosidetta Marcia Verde, ufficialmente dichiarata
una pacifica manifestazione secondo Re Hassan ma prontamente condannata
dall'ONU.
Il 14 novembre a
Madrid, Re Juan Carlos di Borbone, Re Hassan e Mokhtar Ould
Daddah, presidente della Mauritania, sigalno un trattato che prevede, alla
partenza della Spagna, la spartizione del territorio tra Marocco e Mauritania.
La nascita della RASD
Dal canto suo il
Fronte Polisario dichiara che "il nostro popolo, che attualmente deve
far fronte all'invasione marocchina, considera l'accordo concluso... nullo e
non avvenuto, e lo ritiene un atto di aggressione e di brigantaggio".
La Giama'a viene perciò immediatamente sciolta (il suo presidente aveva fatto
atto di sottomissione al Marocco pochi giorni prima della marcia). Il 27
febbraio del 1976 a Bir Lahlu in territorio liberato, viene proclamata la
nascita della RASD (Repubblica Araba Democratica Sahariana) coma stato arabo, africano e
non allineato.
A questo punto le
truppe marocchine e mauritane invadono il paese prontamente ostacolate dalla
resistenza dell'ALPS (Armata di Liberazione Popolarev Sahrawi). L'invasione però si traduce
subito in dramma per la popolazione civile costretta a fuggire dalle città
trovando rifugio nei campi di raccolta organizzati dal Fronte Polisario nella
parte nord-orientale del paese ancora libera. L'aggressione marocchina non si
ferma neanche davanti all'esodo della popolazione e, sui campi di raccolta,
vengono effettuati bombardamenti durante i quali vengono sganciate bombe al
napalm ed al fosforo bianco. A questo punto l'unica salvezza consiste nell'attraversare il
confine algerino: nei pressi di Tindouf il governo algerino concede una
striscia di territorio al confine con la Mauritania. Proprio qui verrà
costituito il nucleo della nascente Repubblica Sahrawi.
La resistenza sahrawi
riesce comunque ad ottenere numerosi successi sopratutto sul fronte mauritano
dove riescono addirittura a penetrare profondamente all'interno del paese.
Nello stesso periodo la situazione interna della mauritania era diventata
sempre più precaria a causa della siccità e dell'oneroso impegno finanziario
richiesto dalla guerra. Nel 1978, perciò, il Fronte Polisario proclama una
tregua unilaterale e nel '79 si arriva al definitivo cessate il fuoco tra le
due parti consentendo alle forze del Fronte di potersi concentrare sul fronte
marocchino. A questo punto le truppe marocchine invadono la regione del Rio de
Oro appena evacuata dalle forze mauritane. Inoltre il Marocco, gia spalleggiato
dalla Francia, tenta di ottenere anche l'appoggio tecnico-finanziario degli Stati
uniti e lo otterrà in seguito in cambio della concessione di tre basi militari
in territorio marocchino. Anche le truppe della RASD possono comunque contare
sull'aiuto degli alleati algerini e libici dai quali ricevono armi, anche se la
principale fonte di approvvigionamento militare risiede proprio nel sottrarle
al nemico. In questo quadro maturano una serie di pesanti sconfitte per il
Marocco che si vede costretto a cambiare repentinamente la propria tattica, in
funzione anche del fatto che il popolo marocchino dimostra sempre maggior
insofferenza nei confronti di una guerra che non smette di mietere vittime e di
svuotare le casse statatli. Viene così decisa la difesa del solo triangolo
utile, ovvero quella zona comprendente le miniere di fosfati e le città,
tramite la costruzione di un muro di sabbia e filo spinato lungo circa 1.500
chilometri, di alcune potenti fortificazioni presso punti strategici e
l'utilizzo di un'attenta vigilanza aerea. Anche in questo modo, però, le forze
marocchine subiscono nuove sconfitte e ben presto le nuove postazioni cadono,
compresa la roccaforte di Guelta Zammur, e numerosi varchi vengono aperti nel
muro. Ancora una volta però, il supporto offerto dagli Stati Uniti consente al
Marocco di rafforzare le proprie difese e viene costruita una nuova barriera
formata da ben quattro mura ampliate rispetto alla precedente e dotate perfino
di attrezzature elettronicehe di difesa. La nuova difesa è presidiata da
120.000 soldati!
Anche l'ALPS è perciò
costretta cambiare tattica e, nell'84, lancia l'offensiva "Gran
Magreb" basata su attacchi fulminei e ripetuti localizzati sempri in
diversi punti infliggendo notevoli danni al nemico dimostrando quanto sia
importante per il popolo sahrawi, la completa liberazione della lorro patria.
Sul piano diplomatico
la RASD è stata via via riconosciuta da un numero sempre crescente di nazioni
(in numero di 59 al luglio 1985) ma l'ONU, pur emanando una serie di
risoluzioni atte ad aprire i negoziati per favorire lo svolgimento del
referendum, non ha mai menzionato la Repubblica Sahrawi nei suoi testi,
mancando implicitamente di riconoscerne l'esistenza. Diverso è il comportamento
tenuto dall'OUA che, nel 1982 ad Addis Abeba, ammetteva la RASD
nell'organizzazione quale 51°, provocando la dissociazione del Marocco
all'organizzazione
La vita nei campi profughi
Dal 1975 circa 160.000 sahrawi sono
costretti a vivere nei campi profughi dislocati nei pressi di Tindouf, nel deserto algerino. Le
condizioni nei campi sono terribili: la mancanza di cibo, acqua e medicinali
aggrava la situazione resa già difficile dall'affollamento e dal continuo
flusso di profughi. Gli organismi e le associazioni internazionali intervengono
fornendo gli aiuti più urgenti. L'organizzazione dei campi risulta comunque,
fin dall'inizio, ben ideata: la popolazione, distribuita su un territorio
piuttosto vasto, viene suddivisa in tre regioni (al-Ayun, Smara, Dakhla),
ognuna delle quali è suddivisa in sette province a cui vengono dati i nomi
delle città e dei villaggi della patria occupata. La RASD viene dotata anche di
una complessa struttura politico-amministrativa allo scopo di evitare un
pericoloso vuoto di potere di cui avrebbero potuto approfittare gli invasori.
In questo modo il popolo sahrawi poteva eleggere i propri rappresentanti nei
vari organi. L'organigramma della repubblica era completo di un Governo, di un
Consiglio nazionale (organo legislativo) e di un capo dello stato. Inoltre
tutto il funzionamento dello stato si basava sulla Costituzione.
Gli abitanti dei campi
sono impegnati in attività lavorative, prevalentemente nel settore terziario,
ma anche nell'agricoltura, nell'allevamento e nell'artigianato, che è un
settore molto significativo. L'attività lavorativa, in considerazione anche del
fatto che nei campi non esisteva moneta, risulatano essenziali per impegnare
gli individui ed evitare situazioni, comuni ad altri campi profughi, di
deperimento fisico-psicologico, di perdita di identità culturale e di abbandono
all'ozio. La maggioranza della popolazione risulta comunque impegnata nei
servizi e nell'amministrazione dei campi ma sopratutto nei settori
dell'istruzione e della sanità. L'organizzazione scolastica prevede due cicli
di studi primario e secondario e recentemente è stata avviata una campagna di
alfabetizzazione rivolta alla popolazione adulta. Il problema maggiore che si è
posto all'avvio dell'attività scolastica, fu la mancanza di insegnanti
preparati a svolgere il proprio ruolo ma esisteva anche l'esigenza di limitare
al minimo gli effetti della colonizzazione culturale sia spagnola che
marocchina. A questo riguardo la scuola sahrawi è impegnata in una campagna di
recupero delle tradizioni e della cultura del popolo sahrawi.
Per quanto riguarda la
situazione sanitaria, dopo i primi disperati mesi, la situazione risulta oggi
normalizzata grazie ad un piano di formazione del personale e di una politica
basata sulla prevenzione. Nei campi è stata creata una rete di farmacie,
consultori ed ambulatori e molti sono gli ospedali sparsi oltre a quello
nazionale Bashir Saleh completo di ogni specializzazione. Inoltre è in atto un
graduale processo di recupero nei confronti della medicina tradizionale.
Un aspetto fondamentale
nella vita dei campi è l'apporto dato dalla donne sahrawi, presenti ed attive
in ogni settore in funzione anche del fatto che la popolazione maschile è
purtroppo spesso stata impegnata nella guerra di liberazione nazionale.
Addirittura nella scuola 27 Febbraio vengono istruite e preparate le donne che
in seguito andranno a far parte dei quadri dirigenti della società sahrawi.
Ben diversa risulta la
situazione nei territori sottoposti all'occupazione marocchina. Qui la
popolazione ha dovuto subire a pressioni, minacce ed angherie allo scopo di
fiaccare, inutilmente peraltro, la resistenza e l'attaccamento alla propria
terra del popolo sahrawi.
Nel 1985 il Marocco si dichiara
finalmente pronto ad accettare l'indizione del referendum contando sul fatto
che, a quella data, gran parte della popolazione residente nelle terre irredente
è abitata in maggioranza da coloni marocchini. Successivamente, nel 1988, la
risoluzione ONU 621/88 istituisce la MINURSO
(Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilisce un piano per riportare la pace nel paese.
Successivamente, il Fronte Polisario ed il Marocco accettano la tregua fissata
per il 6 settembre '91 e programmano lo svolgimento del referendum per il
gennaio 1992 considerando valide le liste elettorali del censimento spagnolo
del 1974. In funzione della scadenza referendaria il Marocco organizza una Seconda Marcia Verde cui partecipano circa 155.000 coloni marocchini che
portarono il rapporto tra coloni e sahrawi nelle zone occupate a 7 a 1.
Purtroppo, e non a
caso, il testo dell'accordo prevede che chi non risulta censito possa
presentare ricorso alla MINURSO al fine di poter essere ammesso al voto.
Volutamente, però, non è stato specificato che ciò dovrebbe essere possilìbile
per i soli sahrawi, cosicchè il Marocco ha potuto presentare una lista elettorale
aggiuntiva composta da soli coloni marocchini, bloccando così lo svolgimento
del referendum con una valanga di ricorsi che non possono essere esaminati
dalla missione ONU.
Per quanto riguarda
l'Italia, in completo disprezzo alle posizioni espresse dal Parlamento Europeo
nel 1989 in favore dell'autodeterminazione del popolo sahrawi, continua
tranquillamente nel suo programma di ingenti aiuti anche militari al Marocco.
Durante la recente visita del Re del Marocco in Italia (12/4/2000) Roma il paese
è stato chiamato a svolgere il ruolo di pacificatore per il contenzioso sul
Sahara Occidentale in quanto è l'unico a poter mantenere una posizione neutrale
sulla questione. Nella stessa data l'americano James Baker, che per conto
dell'ONU dovrebbe favorire la convocazione del referendum
sull'autodeterminazione deciso nel 1992 ha dichiarato che, guardacaso, "non
è in vista una soluzione".
Bibliografia
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