Bolzano 1/3/2000
La nuova legge di tutela delle minoranze
Proprio poco tempo fa è stato varata in Parlamento una legge per
la "tutela delle minoranze linguistiche". La nuova legislazione nasce in forte
ritardo rispetto alle reali esigenze delle minoranze che si vorrebbe proteggere
e comunque dopo molti decenni di lotta e protesta da parte delle stesse.
L'attivismo culturale, spesse volte mutato in protesta politica, non è
riuscito a fermare il declino e l'erosione di molte parlate e culture minoritarie
che vedono oggi il proprio futuro seriamente compromesso. Inoltre nell'elenco
delle lingue "degne di tutela" proposto dal Ministero dell'Interno sono
state escluse alcune delle lingue più prestigiose ed antiche quali
il veneto, il piemontese, il ligure od il siciliano mentre tutte le varietà,
erroneamente chiamate dialettali come il milanese od il napoletano, non sono
state minimamente prese in considerazione.
Comunque,
anche se in linea teorica la nuova legge fa nascere grandi speranze, non
bisogna farsi grosse illusioni sulla reale applicazione della nuova normativa
in quanto già in passato (vedi la legge sul bilinguismo in Sardegna
o la sottoscrizione da parte del governo della
Carta Europea per le Lingue
Minoritarie
rimaste entrambe lettera morta) il nostro paese ha ampiamente dimostrato
tutto il proprio disinteresse, se non vero e proprio disprezzo, nei riguardi
delle culture e delle lingue minoritarie.

La localizzazione geografica e la consistenza numerica delle minoranze
riconosciute "degne di tutela" da parte del Ministero degli Interni del
Governo Italiano.
Tratta dal "Corriere della Sera".
Gli Albanesi
La antica comunità albanese
, detta
Arberia,
stanziata nella parte meridionale della penisola
è composta da 98.000 persone
(stima del Ministero dell'Interno) e tra questi, almeno l'80% parla o comprende
la propria variante locale dell'
Arbëresh,
la lingua albanese del gruppo. Questi gruppi non sono però localizzati
in un'unica area ma dispersi a macchia di leopardo su di un territorio di
1430 Kmq che tocca Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e, sopratutto,
Calabria.
La presenza di comunità
albanesi in Italia risale al XV secolo, quando il re Alfonso I d'Aragona
ne favorì l'immigrazione nel Regno di Napoli che si caratterizzarono
per alcune forme di autonomia e per l'utilizzo del rito greco-cattolico durante
la liturgia. Successivamente, a causa della pressione esercitata dagli ottomani
sull'area balcanica, l'immigrazione continuò creando delle nuove comunità
fino alla prima metà del secolo XVIII. Nel '900 vennero addirittura
istituiti due vescovati per gli albanesi, uno in Sicilia ed un secondo che
attualmente ha la sua sede a Lungro in Calabria.
L'Arbëresh è una
lingua di tipo tosco molto affine alla koinè letteraria affermatasi
in Albania; grazie anche alla matrice culturale in cui venne inserito diede
vita nei secoli passati ad una significativa produzione letteraria
di cui il maggior esponente fu G. De Rada che raccolse i canti popolari
e tradizionali della propria gente e partecipò al movimento risorgimentale.
Purtroppo, negli ultimi decenni,
le comunità arabëresh hanno dovuto subire forti fenomeni, peraltro
diffusi in tutto il meridione, di emigrazione verso le aree più urbanizzate
(in alcune grandi città del meridione esistono peraltro compatte
comunità albanofone), il settentrione e l'estero. In questo modo,
comunità un tempo più numerose, sono oggi molto ridimensionate.
Politicamente gli albanesi
non hanno mai mostrato particolare effervescenza ma hanno invece dato vita
ad una intensa attività di recupero e conservazione della propria
identità. Dal 1968 in poi, in occasione del cinquecentenario della
morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg nacquero diverse
associazioni quali l'
Unione Comunità Italo-albanesi
(1970) la
Lega Italiana di Difesa della Minoranza Albanese
e l'
Associazione Culturale Italo-albanese
che contribuirono a dare un impulso fondamentale allo sviluppo della pubblicistica
in arbëresh; nacquero le riviste
Zëri iArbëreshëvet
(La Voce degli Albanesi),
Katundi Inë
ed il semestrale
Lidhja
che iniziò le pubblicazioni nei primi anni ottanta.
I Brigaschi
L'origine dell'identità
brigasca risale allo stato indipendente dei conti di Ventimiglia-Làscaris
che cedette, nel 1582, all'egemonia sabauda sulla regione. Nel 1947 il territorio,
in seguito agli esiti della seconda guerra mondiale, venne smembrato tra
la Francia, che ottenne Briga e Tenda, e l'Italia che lo suddivise ulteriormente
tra le province di Cuneo ed Imperia.
Negli anni ottanta vide la
luce l'associazione culturale
A Vastera
che inaugurò le pubblicazioni della rivista etno-antropologica
"R nì
d'àigüra"
tutt'ora distribuita.
Per quanto riguarda l'origine
storica della parlata brigasca pare accertato che si tratti di una lingua
legata alle vicina Occitania impregnata comunque di numerose influenze lessicali,
fonetiche e morfosintattiche dovute alle lingue liguri ed italoromanze.
I Carinziani*
I carinziani della provincia di Udine risiedono nei villaggi di Timau/Tischelwang (situato in Carnia) e nella Val Canale/Kanaltal. Secondo la nuova legge varata dal governo italiano anche questo gruppo dovrebbe beneficiare delle nuove norme a tutela delle minoranze etniche
I Carnici*
La Carnia è la subregione
nord-occidentale del Friuli. Dei circa 40.000 carnici, che posson essere
considerati un sottogruppo friulano, 39.000 parlano friulano, i rimanenti
tedesco (nella varietà
dialettale carinziana). Buona
parte dei comuni carnici ha
chiesto di essere iscritta tra i comuni in cui, secondo la legge regionale
15/96 e la legge 482/99, vengono tutelate la lingua e la cultura FRIULANE.
Inoltre sono tutelati dalla legge 482/99 proprio in quanto friulani. I Carnici
non si considerano un gruppo distinto, in quanto non lo costituiscono dal
punto di vista strettamente linguistico, né si percepiscono come
nettamente separati dai Friulani ma sono stati inseriti nell'elenco delle
minoranze iscritte nella lista del Ministero degli Interni nell'ambito della
nuova legge sulla tutela delle minoranze etniche.
* grazie al contributo dei visitatori.
I Catalani di Alghero
Ad Alghero, una
cittadina sulla costa nord-occidentale della Sardegna che conta 32.000
abitanti, è ancora viva una
parlata catalana
appartenente al sottogruppo orientale di tale lingua ed
i cui locutori sarebbero all'incirca 18.000
. La presenza storica della comunità catalana in Sardegna risale
al 1323 quando Alonso d'Aragona iniziò la conquista dell'isola:
Alghero, fedele alla Repubblica Genovese, cadde solo nel 1353, sotto l'azione
dell'ammiraglio Bernat De Cabrera. La popolazione locale, però,
non accettò passivamente la presenza dei nuovi dominatori scatenando
continue rivolte popolari che indussero però il re Pietro il Cerimonioso
ad espellere, nel 1372, tutti i genovesi ed i sardi ed a ripopolare la
zona con genti provenienti da Valencia, dal Penedés, dalle Baleari,
Barcellona e da Taragona. In seguito il catalano divenne addirittura lingua
ufficiale in tutta la Sardegna settentrionale ed Alghero, dotata di ampia
autonomia, divenne ben presto un'entità diversificata dal resto dell'entroterra
sardo sopratutto per ciò che concerne l'aspetto linguistico; anche
dopo il passaggio dell'isola sotto il dominio dei Savoia e la conseguente
introduzione dell'italiano dell'uso pubblico ed ufficiale, l'uso parlato
del catalano continuò a vivere.
Nel secolo scorso, nel quadro
più generale della"Renaixensa" catalana, si manifestò
l'interesse degli studiosi catalani ed in particolare di
E.Toda che,
stabilitosi ad Alghero in qualità di diplomatico vi fondò
l'
Agrupació Catalanista de Sardenya
nel 1902. Nel dopoguerra vennero fondati diversi gruppi culturali, tra
i quali il
Centre d'Estudis Algueresos
nel 1950, che hanno promosso un'intensa attività fatta da pubblicazioni,
concorsi poetici, ricerche e sopratutto, dal 1973, i primi esempi di insegnamento
scolastico.
Attualmente l'utilizzo della
lingua catalana nella produzione letteraria, nella toponomastica e nella
vita culturale locale è sicuramente notevole e diffuso è anche
il giornale
La Revista de l'Alguer
. Nonostante ciò, la massiccia immigrazione sarda, l'arrivo di numerosi
coloni durante il fascismo ed altri fattori stanno contribuendo ad erodere
sempre di più il numero dei locutori catalani.
I Cimbri
Il Cimbro è una
lingua che trae la sua origine nel tedesco del XIII secolo in seguito a fenomeni
migratori avvenuti a varie riprese tra il XII ed il XIV secolo. I primi gruppi
di dialetto Baiuvaro (l'antico bavarese erroneamente denominato Cimbro) si
stanziarono sull'altopiano di Asiago, sulle colline veronesi ed in Trentino
(XII secolo) seguiti, durante il secolo successivo da altri gruppi (i Mocheni,
vedi sotto).
Già nel XIII secolo
i centri tedeschi diedero vita a forme di autogoverno riconosciute dalla
Serenissima come le Magnifiche Comunità dei Sette e dei Tredici
Comuni ma ciò non impedì la progressiva venetizzazione
dei gruppi tedeschi. Il dialetto baiuvaro è parlato attualmente nei
centri di Gallio, Rotzo, Roana sull'altipiano di Asiago ed a Giazza.nel territorio
dei Tredici Comuni mentre in altri centri si è estinto già
nel secolo scorso. Il dialetto di Sappada è invece tuttora ben conservato
mentre
in Trentino il dialetto tedesco è ancora in uso presso 400 persone
residenti a Luserna
. I dialetti tedeschi sono più vitali presso le isole linguistiche
del Friuli dove vengono alle volte praticati a fianco del friulano, dello
sloveno e dell'italiano.
Attualmente sono vive alcune
associazioni attive nel recupero e nella valorizzazione della cultura e lingua
locale quali l'
Istituto di Cultura Cimbra
di Roana e l'
Istituto Culturale mòcheno-cimbro
con sedi a Palù e Luserna.
Una stima del 1992 fissa in
2230
il numero dei
parlanti
ed è confermata da un conteggio più recente.

Localizzazione geografica di alcune minoranze della Padania
Mappa tratta dal volume "Frammenti d'Europa" di Fiorenzo Toso Ed.:Baldini&Castoldi.
I Còrsi
La comunità di origine còrsa è praticamente tutta concentrata nell'isola di La Maddalena dove rappresenta la componente maggioritaria su una popolazione di circa 10.000 individui.
I Croati del Molise
La minoranza serbo-croata
è attualmente presente nei tre comuni di San Felice del Molise, Montemitro
ed Acquaviva Collecroce tutti in provincia di Campobasso (Molise) dove
i locutori croati sono all'incirca tra i 2600 ed i 3500
a seconda delle fonti.
Similmente a quanto accaduto
alle popolazioni albanesi stanziate nel meridione, queste genti traversarono
l'Adriatico per sfuggire all'invasione turca del XV-XVI secolo fondando alcune
comunità sparse tra Marche e Puglia che comunque vennero rapidamente
assimilate.
I croati molisani parlano una
variante arcaica di tipo
stovako che,
pur essendo attualmente in relativo regresso nell'uso parlato, ha conosciuto,
negli anni sessanta e settanta, una certa rivitalizzazione anche grazie
all'apporto degli esuli anticomunisti fuggiti dalla dittatura di Tito. Le
stime più recenti stimano nel 10% coloro che non comprendono ne parlano
più la lingua serbo-croata mentre è in aumento il numero dei
trilingui (serbo-croato, italiano, molisano). Recentemente, nelle aree
a lingua croata, sono stati accolti diversi profughi provenienti dall'ex
Jugoslavia e le relazioni con la nuova Repubblica Croata sono state intensificate.
Gli Ebrei
Nelle comunità ebraiche d'Italia era un tempo diffuso un idioma, attualmente quasi estinto, chiamato Italkian. Attualmente la comunità ebraica in Italia conta circa 30.000 iscritti suddivisi in 21 comunità tra cui le due principali sono quella di Roma, che conta 15.000 iscritti, e Milano, 10.000 iscritti. A Firenze, Livorno, Torino, Trieste e Venezia esistono nuclei composti da un numero di iscritti compreso tra 500 e 1000 iscritti.
I Francofoni
Si tratta della popolazione valdostana di lingua francese. Essa gode già di alcune forme di tutela e di bilinguismo ma è stata comunque inserita nel quadro delle minoranze degne di tutela all'interno della legge appena varata dal governo italiano. Secondo le stime del Ministero dell'Interno la popolazione francofona sarebbe di circa 20.000 persone.
I Franco-Provenzali
I dialetti tradizionalmente
in uso in Valle d'Aosta, pur essendo molto differenziati fra loro, sono riconducibili
ad un'unica matrice romanza definita dagli studiosi come franco-provenzale
caratterizzate da una combinazione di elementi propri dell'occitanico e
del francese.
L'attrazione esercitata dalla
lingua francese non ha mai permesso lo sviluppo di una letteratura scritta
nè l'utilizzo di questi idiomi in vesti ufficiali, provocando anche
l'attuale notevole frammentazione dialettale. Dagli anni '70, comunque,
ebbe discreto seguito il tentativo di creare una nuova varietà sovradialettale
chiamata
Harpeitan (Arpitano)
sulla quale si basano diverse rivendicazioni culturali ma anche politiche.
L'area franco-provenzale fu
soggetta all'influenza della lingua francese sopratutto dal 1560 quando divenne
lingua ufficiale di tutti i domini dei Savoia che amministravano la regione
dal 1032 pur concedendo (1238, 1572, 1773) degli statuti di autonomia che
verranno soppressi nel 1837 per essere sostituiti dallo Statuto Albertino.
L'unità d'Italia comportò l'accantonamento del francese nell'uso
pubblico e nell'insegnamento scolastico e ciò provocò la nascita
della
Ligue valdôtaine pour la défense de la langue française
a difesa di una popolazione che nel 1921 era per il 91% di madrelingua
francese. Il 1925 vide l'avvio della dura repressione e della campagna di
assimilazione linguistica promosse dal regime fascista culminate nell'italianizzazione
dei toponomastica e nel progetto di italianizzazione dei cognomi. La reazione
popolare prese corpo e, nel 1941, venne fondata dal sacerdote J.Trèves
e dall'intellettuale E.Chanoux (assassinato poi nel '44) la
Jeune Vallée d'Aoste
che prese la guida del movimento partigiano di lingua francese. Dopo la
liberazione l'area venne occupata dalle truppe francesi ed è proprio
in questa fase che prese vita l'
Union Valdôtaine
movimento federalista di ispirazione cattolica.
Nel 1945, e successivamente
nel 1948, due decreti luogotenenziali concessero ampia autonomia amministrativa
e linguistica che però, parallelamente a quanto accaduto ai ladini
del bellunese, escludevano totalmente i franco-provenzali della provincia
di Torino.
Purtroppo, attualmente, il
bilinguismo resta limitato al solo uso del francese e non tiene assolutamente
conto delle parlate
franco-provenzali
i cui locutori
sarebbero, in tutto, circa 90.000
, secondo una stima dle Ministero dell'Interno. Nel tentativo di ovviare
alle croniche carenze legislative italiane sono nate alcune associazioni culturali
quali il
Centre d'Études franco-provençales
ed il
Comieé des Tradition Valdôtaine
. L'Union Valdôtaine, che rimane tutt'oggi il maggior partito valdostano,
è invece più interessata alla conservazione del francese quale
seconda lingua ufficiale e pubblica il suo organo di partito,
Le Peuple Valdôtaine
, in tale idioma.
I Friulani
Nelle province di Udine,
Gorizia e Pordenone è concentrata una popolazione di circa
700.000 persone
che
parlano dialetti di tipo friulano
anche se una recente stima del Ministero dell'Interno fissa la cifra di
526.000 locutori
presenti sopratutto nelle zone rurali e meno urbanizzate del Friuli. Nei
grossi centri urbani della regione sono invece più diffuse parlate
di tipo veneto retaggio dell'ininterrotto legame con la Repubblica di Venezia
che sostituì nel tempo la propria lingua a scapito di quella friulana
scomparsa, in questi centri già nel secolo scorso.
L'origine delle parlate friulane
risale alla dominazione romana dal secondo secolo a.C. ma i primi documenti
in friulano sono del XIII secolo e, già dal Cinquecento, cominciò
a fiorire una buona produzione letteraria. L'utilizzo da parte della Chiesa
del friulano contribuì inoltre ad accrescere il prestigio del friulano.
L'interesse del popolo friulano
verso la propria lingua si risvegliò in seguito alla pubblicazione
dei
Saggi Ladini
di G.I. Ascoli nel 1873 sopratutto nelle zone rimaste ancora sotto il dominio
asburgico dove la rivendicazione della specificità culturale era sorretta
da tendenze irredentiste.
Nel 1945 nacque l'
Associazione per l'Autonomia Friulana
e, successivamente, dalla rivista
"Patrie dal Friûl"
prese corpo un piccolo movimento autonomista di ispirazione cattolica.
Solo più tardi, nel 1964, con la creazione della regione autonoma del
Friuli Venezia Giulia che riuniva zone storicamente e culturalmente distanti
tra loro, si ebbe lo sviluppo del vero autonomismo friulano. Nel 1966 nacque
infatti il
Movimento Friuli
che perseguiva la creazione di una regione separata ed una maggiore tutela
culturale e linguistica ottenendo significativi risultati sopratutto dopo
il terremoto del 1976 quando la popolazione locale risultava più sensibile
alle problematiche legate alla specificità etnico-culturale del Friuli.
Successivamente, i risultati delle consultazioni elettorali del '87-'88 non
premiarono il movimento ed alle elezioni del 1989 l'
Union Furlane
si presentò nel raggruppamento elettorale Federalismo guidato dall'Union
Valdôtaine. In seguito l'avanzata del movimento leghista si sovrappose
a queste formazioni divenendo di fatto il fulcro dell'azione autonomista
friulana.
L'identità friulana
si esprime comunque principalmente attraverso forme diffuse di rivitalizzazione
linguistica e culturale anche in funzione del fatto che, nonostante il disinteresse
romano, la minoranza friulana è riuscita, nel corso del tempo a creare
solide istituzioni, anche universitarie, attive in questo campo. Nel 1919
fu fondata la
Società filologica friulana
attiva nella pubblicazione della rivista
Ce Fastu?
e nella battaglia per l'uso didattico dell'idioma, sostenuta anche da altre
associazioni quali
Scuale Libare Furlane
ed i
Clapis Culturâls
circoli culturali promotori di iniziative per la difesa e l'utilizzo della
lingua friulana.
Inoltre non è da dimenticare
l'impegno che la Chiesa Cattolica ha profuso nella tutela della cultura
locale sostenendo un movimento che ha portato una discreta diffusione dell'
utilizzo del friulano nella Messa e durante le funzioni religiose. A
questo va aggiunta anche la traduzione dei Testi Sacri, Bibbia e Vangelo,
che hanno consentito di definire uno standard letterario aggiornando la
precedente koinè basata sul friulano centrale. Anni addietro era anche
stata pubblicata una versione in lingua friulana del famoso fumetto Dylan
Dogmentre in primavera la RAI ha mandato in onda una serie di cartoni
animati della serieLupo Alberto.
Attualmente la minoranza friulana,
almeno a livello culturale, è una tra le più attive della penisola
e può vantare una delle culture minoritarie meglio conservate. Inoltre
è previsto per l'anno accademico 2000/2001 l'avvio di corsi per traduttori
di lingua friulana presso l'Ateneo di Gorizia al fine di rendere effettivamente
possibile l'utilizzo della lingua friulana in ogni ambito della vita sociale
ed in particolar modo in quella pubblica. Un'altra utilissima iniziativa
è la preparazione di correttori grammaticali per programmi di scrittura
su computer che permetteranno di scrivere e leggere meglio in lingua friulana
anche con i mezzi informatici. Recentemente (agosto 2000) si è iniziato
a celebrare matrimoni con cerimonia in "marilenghe" a San Daniele in provincia
di Udine.
Gruppi Galloitalici del meridione
In alcune località
della Sicilia (Novara di Sicilia, Aidone, Piazza Armerina, Nicosia, Sperlinga,
San Fratello) e della Basilicata (Tito, Picerno, Trecchina, San Costantino,
Nèmoli) sono ancora vivi
dialetti di origine settentrionale
. Questa anomalia va fatta risalire allo stanziamento, avvenuto durante
il XII secolo, di alcune colonie compatte di gruppi provenienti dal nord
della penisola a causa delle relazioni dinastiche e matrimoniali intercorrenti
tra la nobiltà locale ed i marchesi del Monferrato.
In molti casi, il contatto
di queste genti con le popolazioni locali, ha mitigato notevolmente, nel
corso degli anni, le peculiarità linguistiche settentrionali che, oggigiorno,
sono spesso rintracciabili in alcune espressioni e tratti fonetici delle
parlate locali.
In Sicilia
, comunque, la tenuta di queste parlate è molto migliore, tanto che
gli stessi locutori, consci della propria specificità linguistica
e culturale,
si autodefiniscono lombardi.
I Grecanici del Salento e dell'Aspromonte
L'origine di queste particolari
lingue è ancora oggetto di dibattito da parte degli studiosi che comunque
propongono due ipotesi fondamentali: la prima le fa originare dalle parlate
greche dell'antichità classica mentre la seconda le riferisce a ripopolamenti
avvenuti in epoca bizantina. Le parlate grecaniche si sono sviluppate comunque
autonomamente conservando tratti della lingua madre ma risentendo, ovviamente,
dell'influenza delle lingue parlate dal resto della popolazione locale.
Un tempo le aree di lingua
grecanide erano più estese e numerose, presenti anche in Sicilia,
ma attualmente le zone dove sono ancora vive le parlate greche sono solamente
due. La prima è il Salento e comprende una popolazione di circa 33.000
abitanti mentre sul versante meridionale dell'Aspromonte calabrese i centri
grecofoni raggruppano circa 13800 individui: probabilmente, però,
i locutori in totale non superano la cifra di 20.000
divisi tra coloro che parlano il
Grico, in
Puglia, ed il
Romaico,
in Calabria .

Suddivisione generale delle famiglie linguistiche presenti nella penisola.
Mappa tratta dal sito
http:77www.popso.it/not/articoli/SAGGISTICA/schede/97-12.sch_dialetti2.html
Gruppi Galloromanzi del meridione
Altre due isole linguistiche
presenti in meridione, precisamente nelle Puglie, sono quelle di Celle San
Vito e Faeto entrambi in provincia di Foggia che contano complessivamente
1.600 abitanti. In questi centri si parla un dialetto di tipo franco-provenzale
le cui origini non sono oggi del tutto identificate. Le fonti segnalano varie
ondate migratorie di gruppi provenienti dall'area galloromanza avvenute forse
nel XV secolo. Attualmente queste parlate sono in forte regresso ma, sopratutto
negli ultimi anni, si è verificato un certo interesse nei confronti
delle peculiarità culturali e linguistiche che ha prodotto la pubblicazione
saltuaria di fogli dedicati alla lingua ed alle tradizioni locali.
In provincia di Cosenza, a
Guardia Piemontese, si parla invece una varietà arcaica di
provenzale
, in passato più diffusa, importato in queste terre dai coloni valdesi
provenienti dalla Val Pellice che tentavano di sfuggire alle persecuzioni
religiose ed al contempo ripopolavano zone depresse ed abbandonate. In questo
paese la fede valdese rimase viva fino al 1560 quando la Chiesa Cattolica
decretò la conversione forzata al cattolicesimo degli abitanti che
si tradusse anche in un atteggiamento violento e discriminatorio verso la
popolazione locale.
La parlata occitanica è oggi patrimonio
, secondo una stima risalente a più di cinque anni fa, all'incirca
di
340 individui
.
I Ladini
Il territorio dove attualmente
sono vive le parlate ladine comprende le valli Gardena, Badia e Marebbe in
Sud Tirolo (13.000 parlanti), Val di Fassa fino a Moena in Trentino (6.000
parlanti), Livinallongo, la valle d'Ampezzo fino a Borca di Cadore e Piave
Comelico in provincia di Belluno per
un totale di circa 30.000 locutori
anche se la recente stima del Ministero degli Interni considera una popolazione
di
55.000 individui
.
Durante tutta la loro storia
le genti ladine hanno seguito e subito le vicende dei gruppi etnici tirolesi
ed italiani a seconda anche della propria collocazione geografica ed il diffuso
bilinguismo, se non addirittura trilinguismo, ne è una testimonianza.
Purtroppo, nel 1923, con la
riforma delle province voluta dal Duce, il territorio ladino venne frammentato
e la politica di italianizzazione forzata, parallelamente a quanto avveniva
in Sud Tirolo, venne applicata anche in queste zone.
Nel dopoguerra l'attività
del gruppo
Zènt Ladina dla Dolomites
cercò di ottenere la creazione di un cantone ladino che riunisse
anche amministrativamente tutte le zone ladinofone ma la burocrazia italiana
mantenne invariati gli assurdi ed artificiali confini tracciati durante il
fascismo. Gli accordi del 1948 realizzarono così un'assurda discriminazione
nei confronti dei ladini trentini e bellunesi che, a differenza di quanto
concesso nella provincia autonoma di Bolzano, non si videro riconosciute
nessuna forma di tutela.
Ad Ortisei è attiva
l'
Union Generèla Di Ladins dla Dolomites
che si prefigge di tutelare e valorizzare la cultura locale curando i
rapporti con lo stato italiano e l'utilizzo in ambito scolastico delle varietà
dialettali in quanto, a tutt'oggi, non esiste uno standard linguistico comune.
Inoltre, negli ultimi decenni, si è registrata una fioritura della
produzione letteraria e pubblicistica e la nascita di alcune testate locali
quali
La Usc di Ladins
che, dal 1971 ha sostituito il precedente
Nos Ladins
.
Politicamente la popolazione
ladina trova espressione attraverso la formazione
Ladins ed
i suoi rappresentanti siedono in consiglio regionale dove, per diritto, hanno
un seggio riservato. La RAI locale concede invece alle trasmissioni in lingua
solo pochi minuti concentrati in un notiziario serale della durata di soli
cinque minuti.
I Liguri
I liguri sono un popolo anticamente presente su una vasta area dell'Europa
prima ancora del sopraggiungere delle invasioni indoeuropee. Successivamente
il territorio da essi occupato si ridusse all'attuale regione ed ad alcune
aree ad essa limitrofe in Piemonte, in Emilia ed in Francia. In queste terre
si parlano varietà romanze collegate ai dialetti galloitalici del
nord ma con elementi comuni alle parlate centro-meridionali. Il genovese
è sicuramente la varietà più illustre di questa famiglia:
fin dal XIII secolo ha infatti espresso un movimento letterario autonomo
che ha prodotto opere di grande qualità senza soluzione di continuità.
La lingua genovese, durante i fasti della Repubblica di Genova, fu anche
utilizzata in veste pubblica ed amministrativa. In seguito, sopratutto dopo
l'aggressione sabauda, il prestigio del genovese cominciò a scemare
in funzione anche della sua sostituzione negli usi pubblici con la lingua
italiana. La Chiesa Cattolica, al contrario, mantenne l'uso del ligure nell'insegnamento
e nelle funzioni religiose fino all'inizio del XIX secolo in quanto ciò
era funzionale in chiave antisabauda.
L'indipendenza genovese venne bruscamente distrutta nel 1797 quando l'antica
Repubblica venne trasformata in Repubblica Ligure Democratica sotto protettorato
francese che in seguito (1805) verrà annessa all'impero napoleonico
ed al Regno di Sardegna (1815). Il popolo ligure non accettò però
passivamente l'annessione, avvenuta peraltro senza nessun plebiscito, ed
insorse più volte contro l'occupante sabaudo. Il culmine di queste
agitazioni si ebbe nel 1849, dopo la battaglia di Novara, quando venne restaurata
la Repubblica guidata da un Governo Provvisorio Democratico. La libertà
venne però immediatamente negata ai cittadini liguri e la rivolta
venne soppressa in un bagno di sangue dal Generale La Marmora. Le speranze
di libertà del popolo ligure confluirono quindi nel movimento repubblicano
unitario in cui si illudevano di ritrovare forme concrete di autonomia e
federalismo.
L'inizio del nuovo secolo vedeva ancora vitali le storiche aspirazioni
autonomiste che trovarono successivamente sbocco nei movimenti agrari del
Ponente e nell'associazionismo culturale che, come nel caso della società
A Compagna
, si impegnò nella difesa e nel recupero della tradizione linguistica
ligure.
Nel secondo dopoguerra l'azione degli autonomisti liguri si espresse attraverso
la rete di circoli nei quali si proponeva l'ottenimento di una ampia autonomia
amministrativa basata sull'unità storica e culturale della regione
compresa anche la zona dell'Oltregiogo da tempo amministrativamente legata
all'Emilia.
Negli anni '70 venne fondata la
Consulta Ligure
, che ancora oggi raggruppa una cinquantina di circoli, nel tentativo di
dare maggiore visibilità alle istanze delle associazioni impegnate
nella difesa della cultura ligure.
Politicamente i primi gruppi autonomistici nascono alla fine degli anni
settanta con l'attività della
Lega Ligure
. Successivamente il gruppo
Union Lìgure
confluisce nella
Lega Nord-Lega Ligure
ma, a più riprese, avvengono dipartite e scissioni in quanto la
Lega Nord non riesce a tutt'oggi a radicarsi come in altre zone del settentrione.
Attualmente sono attive anche altre formazioni di minor peso politico come
la
Liga de San Zòrzo
, il
Movimento Repubblichista Ligure
, il
Circolo Indipendentista M. Lercari
.L'
Associazione per la Repubblica di Genova
ARGE,
fondata da Vincenzo Matteucci, Mario Polastro e dal compianto Tonino Sisti,
attualmente ha come segretario Pierluigi Patri, come presidente Mario Polastro
ed il sig. Franco Bampi come presidente onorario. L'ARGe è un'associazione
culturale e possiede il sito
http://www.repubblicadigenova.org/arge/
La lingua dei Mòcheni
del Trentino ha radici, come il cimbro, nel tedesco del XIII secolo e conserva
parole e strutture ormai scomparse nella stessa Germania. L'origine di questo
piccolo gruppo è da ricercarsi nei fenomeni migratori che, nel XIII
secolo, portarono allo stanziamento di genti di stirpe tedesca nella Val
Fersina. Nell'estate del 1939*, quando venne varata la legge sulle opzioni
che interessava la popolazione tedesca del Tirolo, anche un migliaio di mocheni
della Val Fersina, pur amministrativamente appartenenti al Trentino, scelsero
di trasferirsi in Boemia, spinti dalla loro terribile situazione economica.
Nelle nuove terre ottennero la direzione delle fattorie dei contadini locali
che divennero servi dei nuovi proprietari. L'occupazione russa della zona
obbligò i mocheni a far ritorno nella propria valle che nel frattempo
era stata saccheggiata ma lasciata inabitata.
I mocheni e la loro lingua
sono diffusi nei centri di Fierozzo, Palù, Roveda ed in Val del Fersina
detta anche Val dei Mòcheni, dove il totale dei locutori, secondo
una stima del 1992, sarebbe di
1900 parlanti
.
*da Panorama 12/8/1999 "Pulizia Etnica: anche l'Italia si è sporcata le mani" di Gualtiero Strano pag. 118-123.
Gli Occitani
La popolazione di lingua occitana composta da 178.000 individui
secondo una recente stima del Ministero dell'Interno è prevalentemente
stanziata nelle valli Chisone, Germanasca, Pellice, Po, Varaita, Maira, Grana,
Stura, Gesso e Vermegnana situate nelle province piemontesi di Torino e Cuneo.
Le parlate occitane, un tempo diffuse su un territorio più esteso,
sono attualmente molto frazionate e diversificate tra loro anche in funzione
dell'influenza che nei secoli, la lingua piemontese ha avuto su di esse;
possono comunque essere distinti due varietà principali dette
provenzale-alpina
e
delfinese-alverniate.
Le comunità occitane risiedono da sempre in queste vallate e durante
i secoli sono state sicuramente toccate dall'influsso delle vicine comunità
provenzali, attraverso il lavoro stagionale svolto dai valligiani, e la presenza
di immigrati d'oltralpe spinti dalle persecuzioni degli Albigesi nell'Occitania
francese.
L'economia delle valli occitane
è stata tradizionalmente legata alle attività pastorali, ad
un'agricoltura di sussistenza, agli scambi commerciali e, come in tutte
le zone di frontiera, al contrabbando.
La popolazione occitana non
ha mai espresso forme significative di autogoverno, se non a livello strettamente
comunale, e, durante tutto il corso della storia è sempre rimasta
assoggettata al dominio di vari regni feudali della Pianura Padana, alla
casa dei Savoia ed alla Francia.
La frammentazione linguistica,
amministrativa ed anche religiosa (in val Pellice, Germanasca e Chisone è
viva la fede Valdese) non ha perciò mai favorito la nascita di una
coscienza occitana comune fino a tempi recenti. Inoltre, sopratutto in passato,
gli stessi occitani non hanno dimostrato una grande stima nei confronti delle
proprie lingue considerate meno prestigiose del piemontese, dell'italiano
e del francese (lingua di culto nelle valli valdesi fino al 1923). All'inizio
degli anni sessanta nascono i primi movimenti culturali ed in questo quadro
prendono vita l'associazione
Escolo dòu Po,
con lo scopo di valorizzare le parlate valligiane, ed il movimento autonomista
di
Coumbouscuro
fondato da
S.Arneodo
su una matrice umanista e cattolica ed ancora oggi punto di riferimento,
tramite la rivista da esso curata, di parte dell'autonomismo occitano. Nel
1968 nacque invece il
Movimento Autonomista Occitano MAO
vicino alle tendenze dell'occitanismo rivoluzionario ed a quelle del nazionalista
occitano d'oltralpe
F.Fontan
ancora notevolmente attivo anche tramite alcune pubblicazioni editoriali
tra le quali vi è
Ousitanio Vivo
. Inoltre, a fianco del MAO, è attivo
Il Partit Nacionalista Occitano (PAO)
.
Attualmente le rivendicazioni
autonomistiche dell'area occitana si sono legate al malcontento per il degrado
ecologico ed economico in cui versano le vallate che ha causato anche un
certo calo demografico e l'emigrazione verso la pianura.
Sul fronte culturale negli
ultimi anni è sicuramente nato un ottimo movimento di valorizzazione
e rivalutazione delle parlate occitane che si esprime attraverso una editoria
molto viva ed un fiorire di formazioni musicali che fondono mirabilmente
la lingua occitana con la musica tradizionale (
Lou Dalfin
,
Lou Feriol, ecc.
) delle valli con le tendenze musicali moderne.
Inoltre sono sempre più
frequenti le attività scolastiche per l'insegnamento delle lingue
e delle tradizioni locali, sorte dopo l'esperimento pilota della pluriclasse
Coumboscuro.
I Piemontesi
Dal punto di vista linguistico
l'area piemontese propriamente detta non coincide con la regione Piemonte
ma è circoscritta alle zone collinari e pianeggianti intorno al Po
ed ad ovest del Ticino. Le parlate qui in uso, varietà dialettali
di tipo galloitalico, sono sviluppate da una koinè basata sul Torinese
che risulta essere la varietà più diffusa in tutto il Piemonte.
Nel XVIII secolo, con il rafforzamento
dell'identità regionale, si sviluppa una letteratura dotata di una
certa continuità anche se nei secoli precedenti il piemontese si era
già espresso attraverso documenti quali i
Sermoni Subalpini
e le farse dell'Allione nel cinquecento.
Bisognerà però
aspettare il 1927 per vedere la nascita di un forte movimento poetico quale
quello del
Brandè
, fondato da
Pinin Pacòt
impegnato, tra l'altro, nel recupero e nella valorizzazione del patrimonio
culturale piemontese. Attualmente numerose sono le associazioni impegnate
in un discorso di rivitalizzazione della lingua piemontese; tra queste vi
sono il
Centro Studi Piemontesi
fondato nel '69 a Torino da R.Gandolfo e C. Brero, l'
Associassion Coltural Piemontèisa
e la
Gioventura Piemontèisa
. Una buona notizia arriva inoltre da Audalengh Cit provincia di Lissandria
dove il 29 luglio il sindaco Angel Ferroglio ha unito in matrimonio una giovane
coppia con una cerimonia completamente bilingue.
Politicamente gli anni '50,
con la nascita del
Movimento per l'Autonomia della Regione Piemonte
, il Piemonte era tra i primi nel conoscere tensioni autonomistiche. Gli
anni '70 videro la nascita di
Assion Piemontèisa
ed
Arnàssita Piemontèisa
, quest'ultima fondata nel '77 da R. Gremmo che assumerà
poi il nome di
Union Piemontèisa
. Il movimento indipendentista piemontese confluirà poi in gran
parte nella
Lega Nord Piemont
accomunando la propria causa alle istanze delle altre nazioni settentrionali
anche se altre formazioni (
Piemonte Nazione d'Europa
,
Lega Alpina Piemont
ed il nuovo movimento
Piemont di
D. Comino) sono tutt'ora attive seppur con minor seguito.

Localizzazione geografica di alcune minoranze nel sud della penisola ed
in Sardegna.
Mappa tratta dal volume "Frammenti d'Europa" di Fiorenzo Toso Ed.:. Baldini&Castoldi.
I Sardi *
La Sardegna
fu anticamente popolata da genti di ceppo iberico, che diedero la luce alla
cultura nuragica, da fenici e cartaginesi che colonizzarono la costa. I
romani se ne impossessarono nel 238 a.C., e vi importarono la lingua latina,
ma, successivamente passò sotto il dominio dei Vandali (456-534)
e dei Bizantini che organizzarono la struttura politica ed amministrativa
che verrà mantenuta anche in futuro. Nell'Alto Medioevo, infatti,
l'isola era suddivisa in Giudicati, stati indipendenti le cui leggi erano
dette Condaghi. In quell'epoca la lingua sarda
"manteneva una certa unitarietà sia pure con fenomeni particolari
a sud ed a nord. Sostanzialmente i quattrogiudicati, pur utilizzando la
stessa lingua volgare, adottavano soluzioni vicine più vicine al
parlato". NelGiudicato
di Cagliari si "scrive un sardo più più meridionale",
in quello di Torres si"usa un sardo
logodurese(definito tale per brevità e convenzione)"
mentre in quello di Arborea si usa un
"sardo centrale di mediazione tra i due".
Nel 1323 iniziò la
penetrazione degli Aragonesi che, una volta padroni dell'isola, la dotarono
di un Governo Vicereale e di un Parlamento, detto
Istamentos
, con sede a Cagliari già dal 1355. A questo punto l'uso ufficiale
del sardo venne sostituito dall'aragonese ma vennero mantenute in vita le
Cartas de Logu
emesse nel 1395. Alla fine del Trecento nacque e si sviluppò una
modesta letteratura in lingua sarda incentrata sopratutto su temi di carattere
religioso. Nel 1479 il passaggio alla sovranità spagnola comportò
l'abbandono del catalano a favore del castigliano nell'uso pubblico. Nel
1713 l'isola passò all'Austria e successivamente, nel 1720, ai Savoia
che sfruttarono le risorse economiche dell'isola ed imposero una pesante
politica di prelievo fiscale. Inoltre nel 1764 l'italiano sostituì
il castigliano nell'uso ufficiale. Nel 1796 la popolazione insorse per ottenere
una maggiore autonomia dal Re, che nel frattempo si era trasferito a Cagliari
dopo l'invasione francese, ma la rivolta venne repressa. Il sistema coloniale
sabaudo, persistendo nella sua politica di sfruttamento, stravolse, con
grave danno delle popolazioni locali, il sistema economico tradizionale
dell'isola e soppresse definitivamente le residue autonomie isolane gettando
tutta l'isola in una profonda crisi economica.
I primi movimenti autonomisti
nacquero dopo la Grande Guerra ad opera dei reduci disillusi dalla mancata
ridistribuzione delle terre. Fu così fondato il
Partito Sardo d'Azione (PSdAz)
che faceva leva sul mondo agricolo propugnando un programma diviso tra
separatismo ed autonomismo. Ben presto però l'affermarsi del fascismo
comportò una campagna di repressione dell'autonomismo sardo. Solo nel
secondo dopoguerra il PSdAz poté tornare a battersi per le istanze
autonomiste ma lo Statuto concesso nel '48 non diede risposte concrete alle
reali esigenze dell'isola. In questo periodo si ha la trasformazione in partito
etnico grazie all'azione dell'ala indipendentista guidata da S.Mossa
. All'inizio degli anni settanta fioriscono anche gruppi ed associazioni
interessate sopratutto alla difesa della specificità culturali e linguistiche
isolane come
Su Populu Sardu
ed è in questo clima che, grazie all'azione del senatore G.B.
Colombu, si ha la svolta nazionalista del PSdAz che inserisce
nei propri programmi la tutela della cultura locale ed una rinnovata richiesta
di autodeterminazione nel tentativo di risolvere i tanti problemi dell'isola
e di proporre una riforma dello Stato in senso federale. Oltre al PSdAz
ed alle formazioni autonomiste ad esso vicine, sono vivi anche gruppi più
rivoluzionari quali il
Partitu Indipendentista
e
Sardigna Natzione
.
In Gallura, regione nella parte settentrionale dell’isola, è in uso Il gallurese, un dialetto essenzialmente corso che si avvicina più particolarmente al dialetto oltremontano parlato nella parte meridionale della Corsica (Sartene). La sua più antica documentazione risale ai primi decenni del Settecento ed è costituita da componimenti poetici, che fanno pensare alla formazione del dialetto in epoca senz'altro anteriore. Di certo, gli eventi storici travagliati, dovuti alle svariate dominazioni, hanno portato la Gallura a varie mescolanze con influssi non solo corsi ma anche pisani, catalani, spagnoli, piemontesi che hanno avuto delle ripercussioni notevoli di tipo sociale, culturale e quindi linguistico.
Un elemento importante consiste nel fatto che tutta la popolazione delle
campagne, viva essa in stazzi isolati o agglomerati in cussorge, parla un
unico linguaggio. Lo stesso idioma si parla sia nei centri abitati di antica
formazione che in quelli più recenti, salvo le inevitabili variazioni
dovute alle diverse esperienze di vita e all'apporto delle scuole, tanto
che vige identità linguistica tra i punti più lontani della
Gallura.
Tale uniformità di linguaggio non esclude però la presenza
interna di gruppi che parlano un idioma diverso o con varietà notevoli.**
"Nel 1981, in seguito ad una raccolta
di firme portata avanti da una nutrita schiera di intellettuali, fu approvata
dal Consiglio Regionale una proposta di legge di iniziativa popolare avanzata
al Parlamento che non fu tenuta in considerazione per 15 anni: finalmente
il Consiglio regionale della Sardegna, il 15 ottobre 1997, promulgò
la legge n°26 sulla Promozione e valorizzazione della cultura e della
lingua della Sardegna che resta oggi l'unico strumento di tutela insieme
alla legge statale 482/99."**
Infine nell'isola sono
presenti altre minoranze alloglotte: sono quella dei catalani di Alghero,
dei tabarchini delle isole del Sulcis e dei còrsi dell'isola della
Maddalena.
*Le informazioni evidenziate in verde sono tratte dal sito della Consulta
Gallurese (
http://web.tiscali.it/consultagallurese/index.html
) gentilmente
segnalatomi dal signor Leonardo Pirina
**
le informazioni evidenziate in azzurro sono state inserite grazie al gentile
contributo del Signor Peppe Corongiu.
I Siciliani
La Sicilia, che è
la più grande isola del Mediterraneo, ha conosciuto il passaggio di
numerosi popoli e culture nel corso della propria storia; originariamente
popolata da genti di stirpe mediterranea, i Sicani ed i Siculi, venne colonizzata,
nella sua parte occidentale dai Fenici prima e dai Cartaginesi poi mentre,
fin dall'VIII secolo a.C., la parte orientale subì l'influsso della
cultura greca e delle sue colonie tanto che ancora in tempi recenti alcuni
gruppi di lingua greca erano presenti nell'isola.
Nelle epoche successive subì
il passaggio di diversi dominatori quali i Vandali (III-VI secolo), i Bizantini
(fino al 827), gli Arabi, i Normanni (1061-1091) per poi finire sotto l'influenza
dell'Impero. Il trasferimento della corte di Federico di Svevia fece di
Palermo un luogo di incontro tra diverse culture e fu proprio in questo
clima che nacque e si sviluppò la Scuola Siciliana che utilizzò
la lingua isolana in molte produzioni di alto livello.
Quando gli Aragonesi sostituirono
gli Angioini i siciliani poterono godere delle prime forme di autonomia che
però furono soppresse in seguito all'unione tra Castiglia ed Aragona
ed al passaggio dell'isola alla Spagna.
Nel 1712, dopo le rivolte del
1647 e del 1674, il controllo dell'isola passò ai Savoia che la passarono,
nel 1718, all'Austria ed al Regno di Napoli. Il governo del vicerè
lasciava una certa libertà che venne incrementata nel 1812 quando
i Borboni concessero la costituzione. Dopo il Congresso di Vienna, però,
l'abolizione dei regni di Napoli e Sicilia comportò la soppressione
del Parlamento Siciliano e tutte le forme di autogoverno esistenti. Nel
1820, parallelamente a quanto accadeva a Napoli, scoppiò una rivolta
a sfondo separatista che venne replicata nel 1848 ma senza ottenere risultati
concreti. Questo orientò la classe colte e borghesi verso il progetto
dell'unificazione italiana. Nel 1860 la Sicilia venne annessa al Piemonte
a seguito della spedizione di Garibaldi. Come è noto l'unità
non risolse i gravi problemi che affliggevano l'isola e ciò provocò
la rivolta popolare del 1866 e la nascita del movimento agrario popolare
dei
Fasci Siciliani
.
Nel 1945 la fine della guerra
portò alla Sicilia uno statuto di autonomia che intendeva placare
definitivamente le istanze autonomistiche degli isolani. Si ebbe anche una
rinascita dell'interesse verso la cultura e le tradizioni locali supportata
dall'attività di associazioni quali il
Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani
ed il
Centro di Studi Storico-Sociali Siciliani
. Nel 1945 nacque il
Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS)
guidato da A. Finocchiaro Aprile che, inizialmente appoggiato dagli
statunitensi intenzionati a fare della Sicilia un proprio protettorato, riuscì
a raggruppare attorno a se una notevole porzione dell'elettorato ed a mandare
quattro deputati in Parlamento. Le frange più estremistiche si riunirono
invece sotto l'ala dell'
Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana (EVIS)
, poi diventato
Gioventù Rivoluzionaria Indipendenza Siciliana
dopo la morte del capo A. Canepa, che si rese protagonista di azioni
terroristiche ma mantenendo sempre un comportamento ambiguo a causa dei rapporti
intrattenuti con la mafia ed i gruppi di banditi.
Da qui in avanti l'indipendentismo
siciliano, perso l'appoggio di mafia e politica interessati alle nuove lucrose
prospettive offerte dall'unità, si espresse sopratutto attraverso
piccole formazioni politiche quali il
Movimento Trinacria
negli anni settanta, l'
Unione Popolare Siciliana
nei primi anni ottanta e
Rinascita Siciliana
nella seconda. Recentemente le formazioni più importanti sono state
Noi Siciliani
ed il movimento confluito nella
Lega Sud Ausonia
, alleata nella lotta al centralismo alla Lega Nord per l'Indipendenza
della Padania, che stanno cercando di organizzare un'azione comune a tutti
i movimenti autonomisti meridionali per ottenere forme concrete di decentramento
e federalismo.
Gli Sloveni
In tutta la fascia di confine
tra Friuli-Venezia Giulia, Slovenia e Croazia sono presenti gruppi sloveni
divisi tra la Slavia Veneta (Beneska Slovenija) in provincia di Udine e le
zone rurali attorno a Gorizia e Trieste oltre che tra le due città;
proprio nei centri urbani la percentuale slovena (10%) risulta maggiore.
Attualmente la consistenza numerica slovena è compresa tra
60-80.000 individui
. Di particolare interesse risulta il fatto che lo Sloveno della Resia
conservi parole e strutture grammaticali ormai scomparse in ogni altra regione
abitata da sloveni.
Storicamente le due zone hanno
seguito percorsi molto diversi. La Slavia Veneta, dopo essere stata soggetta
all'Austria passò al Regno d'Italia nel 1866 mentre Trieste e Gorizia
divennero italiane, assieme all'Istria e Zara, solo nel 1919. In questi territori
sloveni ed italiani vivevano mischiati gli uni agli altri e purtroppo, durante
il fascismo subirono pesanti tentativi di assimilazione forzata che ebbero
ripercussioni sugli eventi successivi. Nel dopoguerra gran parte del retroterra
di Gorizia e Trieste vennero annessi dalla Jugoslavia mentre il territorio
di Trieste venne diviso in due zone distinte: la zona A, comprendente Trieste,
venne affidata al controllo degli alleati e restituita all'Italia nel '54,
mentre la zona B fu assegnata agli jugoslavi. L'annessione dei territori
italiani da parte della Jugoslavia e la conseguente repressione delle autorità
e delle milizie portò all'omicidio collettivo di migliaia di cittadini
italiani, che vennero barbaramente gettati, spesso ancora vivi, nelle
cavità carsiche chiamate foibe. L'ondata di violenza scatenata dalle
forze di Tito costrinse la terrorizzata popolazione italiana ad un esodo
di massa che coinvolse più di 300.000 persone (ma la cifra varia a
seconda delle fonti) che cercarono rifugio in Italia.
La popolazione slovena rimasta
entro i confini italiani ottenne invece la garanzia della tutela della propria
specificità culturale e linguistica in seguito al memorandum del
'54 ed al Trattato di Osimo. Le forme di bilinguismo, parzialmente applicate
dal 1961, escludevano però gli sloveni della provincia di Udine.
A Gorizia e Trieste erano comunque
presenti fin dal periodo asburgico diverse istituzioni ed associazioni slovene
attive nella tutela della minoranza come l'
Unione Culturale Slovena
, che riunisce decine di circoli ed associazioni culturali, o la
Slovenska Kulturno Gospodarska Zveza (Unione Culturale ed Economica Slovena).
Inoltre capillare è la diffusione di associazione sportive, ricreative
e teatrali che, insieme alle trasmissioni radiofoniche della RAI ed ai numerosi
organi di stampa (
Primorski dnevnik
a Trieste) hanno avuto anche il merito di diffondere l'uso di uno standard
linguistico normalizzato. Infine nelle province di Trieste e Gorizia (ma
non in quella di Udine), sono presenti istituti scolastici sloveni.
Politicamente gli sloveni sono
attualmente rappresentati dalla
Slovenska Skupnost (Unione Slovena)
che raccoglie discreto consenso all'interno della minoranza.
I Tabarchini
.
Due comunità di lingua
genovese sono presenti nelle isole sarde di Sant'Antioco e di San Pietro
e, più precisamente nei comuni di
Carloforte (7000 abitanti)
e
Calasetta (2500 abitanti)
. I due centri furono fondati nel 1738 e nel 1770 dai coloni provenienti
dall'isola di Tabarca, da qui l'origine del nome, sulla quale la famiglia
dei Lomellini aveva trasferito coloni liguri già dal XVI secolo. Nei
primi decenni del diciottesimo secolo però, malgrado un passato prospero
e fiorente, l'intensificarsi delle persecuzioni del bey locale spinse molti
tabarchini a lasciare l'isola. Essi si stanziarono perciò nelle isole
di San Pietro, fino ad allora rimasta deserta, in quella di Sant'Antioco e
su un isolotto nei pressi di Alicante, in Spagna, dove fondarono la colonia
di Nuova Tebarca (qui l'uso della lingua genovese si perse solo all'inizio
del novecento). Con il tempo anche le nuove colonie cominciarono a prosperare
grazie all'impianto di saline, allo sviluppo del porto commerciale ed all'espandersi
dell'attività vitivinicola a Calasetta.
Negli anni successivi l'originale
cultura tabarchina è stata notevolmente influenzata da tratti arabi
sardi e meridionali riuscendo però a mantenere intatto il patrimonio
linguistico locale che, ancora oggi, è largamente praticato avendo
assimilato linguisticamente, negli anni, i molti immigrati provenienti da
Ponza e dalla Sicilia.
Tutto ciò è reso
possibile grazie alla grande autostima che i tabarchini nutrono per la propria
cultura e per la propria lingua che ha ormai assunto caratteri specifici
e differenziati rispetto alle parlate liguri e sarde. Ultimamente inoltre,
anche in reazione al crescente flusso turistico, che comunque non ha intaccato
la cultura locale, sono fiorite alcune iniziative che si propongono di tutelare
gli usi linguistici e tradizionali dei tabarchini.
I Tirolesi
L'unico vero esempio di
tutela linguistico-culturale di una minoranza etnica in Italia è il
Sud Tirolo dove le norme sul bilinguismo e la parità dei diritti culturali
sono effettivamente applicate.
Le popolazioni preromane che
abitavano questa terra erano di origine celtica e retica ma in seguito alla
colonizzazione dell'Impero tutta la zona fu profondamente romanizzata. Già
dal nono secolo, però, la migrazione di genti germaniche di ceppo
tirolese si intensificò a scapito delle genti ladine che prima abitavano
la zona. Più tardi, nell'undicesimo secolo, nacquero i principati
vescovili di Trento e Bressanone che, dal 1271, furono riunite in uno stato
feudale che in seguito, dopo aver esteso la propria influenza sull'area di
Trento, passò sotto l'influenza dell'Austria.
L'invasione napoleonica del
1805 spostò il Tirolo sotto la giurisdizione della Baviera ma ciò
provocò la rivolta popolare guidata dall'eroe nazionale tirolese
Andreas Hofer
e, dopo il congresso di Vienna, il Sud Tirolo, unitamente al Trentino,
venne posto all'interno dell'Impero Austro-ungarico.
Dopo la Grande Guerra il Trattato
di Parigi assegnò Trentino e Sud Tirolo al Regno d'Italia. L'avvento
del regime fascista, come in altre zone del paese, portò con se una
forte campagna di italianizzazione forzata che comportò il divieto
di usare il tedesco negli uffici pubblici, la chiusura di scuole e dei giornali
di lingua tedesca, l'italianizzazione della toponomastica e dei cognomi.
L'annessione dell'Austria al Terzo Reich e il crescente pangermanesimo dei
tedeschi del Sud Tirolo posero il problema della presenza tedesca sul territorio
italiano. Fu così istituito un referendum popolare in base al quale
185.000 optarono per il trasferimento in Germania (Legge sulle Opzioni):
lo scoppio della guerra consentì solo a circa 77.000 persone di trasferirsi
e di queste, la maggior parte, ritornò in seguito sui suoi passi.
Dopo la fine della guerra nacque
la
Südtiroler Volkspartei (SVP)
, un movimento conservatore di ispirazione democristiana che chiese immediatamente
l'annessione del Sud Tirolo all'Austria. Nel '46, però, gli accordi
De Gasperi-Gruber , sancirono la nascita della regione a statuto speciale
del Trentino-Alto Adige. L'inadempienza del governo italiano, sopratutto
in materia di tutela linguistica ed organizzazione amministrativa, portò
comunque alla protesta popolare (l'Italia è stata perfino denunciata
all'ONU) ed alla nascita del terrorismo in Tirolo. La situazione convinse
le parti in causa a nuovi negoziati per la revisione del Trattato di Parigi
che portarono alla creazione di un pacchetto di misure per la tutela della
minoranza tedesca da attivare dal 1971 in poi sotto controllo internazionale.
In questo pacchetto era compresa anche la famosa norma sulla proporzionale
etnica che garantiva l'accesso ai posti di lavoro pubblico in funzione della
consistenza numerica del gruppo etnico di appartenenza.
L'SVP è attualmente
il partito più rappresentativo della componente tedesca ma ad esso
si affiancano altri gruppi di minor rilievo quali gli
Heimatbund
di Eva Klotz (figlia del famoso terrorista Klotz) il cui motto è
Ein Tirol ed i
Freiheitlichen
.
I Trentini
Nel territorio trentino
si parlano tradizionalmente dialetti lombardi e veneti sovrappostisi, in
alcuni casi, a parlate di tipo ladino particolarmente in Val di Sole ed in
Val di Non. Inoltre esistono antiche colonie tedesche in alcuni punti della
provincia (Cimbri) mentre in Val di Fassa è stanziata una compatta
colonia ladina. La popolazione trentina conta attualmente circa
450.000 abitanti
Prima della dominazione romana
il Trentino era abitato da genti di stirpe retica e, il venir meno della
potenza romana, permise ai Longobardi di acquisire il controllo del territorio.
In seguito la regione ebbe ampia autonomia con la contea autonoma prima ed
il Principato Ecclesiastico dopo. Nel 1363 inizia il legame tra la terra
trentina ed il potere austriaco che durerà fino al 1919 interrotto
solo dalla breve esperienza del Regno d'Italia di Napoleone. Nel secondo
dopoguerra, sulla scia delle concessioni fatte ai tirolesi, anche al Trentino
venne data un'ampia autonomia che non ha però impedito la nascita
di movimenti autonomisti quali il
Partito Popolare Trentino Tirolese (PPTT)
legato alla SVP tirolese e, successivamente il
Partito autonomista Trentino Tirolese (PATT)
. Attualmente, dopo la nascita della
Lega Nord Trentino
, le istanze autonomiste sono portate avanti da questi due movimenti che,
sopratutto dopo le elezioni europee del 1999, non sembrano comunque conquistare
larghe fette di elettorato.
I Veneti
Le parlate venete ancora
oggi molto vitali e diffuse hanno risentito della secolare influenza della
varietà veneziana che, in passato, aveva anche assunto funzione di
koinè letteraria principe ed era anche largamente utilizzata in ambito
pubblico ed amministrativo. Inoltre l'espansione dei domini commerciali
veneziani nel Mediterraneo ma anche nel Levante permise al veneziano di
imporsi quale lingua franca da utilizzarsi in ambito internazionale.
Contemporaneamente, però,
l'apertura culturale della società veneziana e la presenza di una
fiorente editoria determinò una forte influenza della cultura toscana
ed italiana arricchendo così la lingua che risulta oggi la lingua settentrionale
più aperta nei confronti della lingua italiana.
Nonostante la società
veneta sia quella in settentrione che meglio ha conservato le proprie tradizioni
e la propria lingua, attorno agli anni settanta cominciarono a nascere movimenti
ed associazioni in difesa e per la promozione della cultura veneta. Una
della prime fu la
Società Filologica Veneta
che, insieme alla rivista
Popolo Veneto
, costituì l'embrione del futuro movimento indipendentista veneto,
la
Liga Veneta
di F. Rocchetta. In seguito la crescita dei movimenti autonomisti
creò una vera e propria cultura indipendentista veneta che si esprime
ancora attraverso un nugolo di movimenti e formazioni politiche, spesso
in contrapposizione tra loro, tra i quali il principale è sicuramente
la
Lega Nord per l'Indipendenza della Padania-Liga Veneta
.
I Walser
Le comunità Walser sono concentrate nella valle di Lys, in Val Anzasca, in Val Formazza, nell'alta Val Sesia ed in Val d'Ossola. Esse discendono direttamente da gruppi di tedeschi di dialetto alemannico del Canton Vallese che, migrati dalle loro terre d'origine, vi fondarono alcune colonie tra il XII ed il XIII secolo. Parallelamente ad altre realtà basate prevalentemente su di un'economia montana di sussistenza, anche la popolazione Walser ha conosciuto, fin dall'inizio del secolo un forte processo di erosione demografica e culturale con conseguente spopolamento delle aree e la dispersione del patrimonio tradizionale. Attualmente la presenza di locutori della lingua Titsch , una stima del 1978 fissa una cifra di 3400 persone mentre dati più recenti parlano di 2.000 individui , è diffusa in tutte le aree sopracitate ma in percentuali sempre più esigue. Bisogna comunque notare la crescita di un discreto movimento culturale per la tutela e la valorizzazione della cultura locale come il Walser Museum di Alagna utile anche quale richiamo turistico.
Gli Zingari
Il conteggio della popolazione
zingara, pur presentando oggettive difficoltà per il carattere
"nomade" di questo gruppo, ne stabilisce
tra la 50 e le 60.000 unità la
consistenza numerica
, anche se, dopo la crisi jugoslava, il numero dei nomadi proveniente dall'area
balcanica è in continuo aumento; una recente stima del ministero dell'Interno
fissa invece in circa
130.000 persone
la somma dei gruppi Rom e Sinti.
L'origine storica del popolo
zingaro è da ricercarsi nella parte nord-occidentale dell'India da
dove provengono i primi gruppi che, dal V secolo, cominciarono a migrare
verso occidente. Le numerose culture con cui vennero a contatto influenzarono
notevolmente gli usi, i costumi e la lingua che, nata da una matrice indoariana,
si arricchì via via di elementi persiani, armeni, slavi, germanici
e neolatini. Tra il X ed l'XI secolo giunsero in Europa dove vennero appellati
con diversi nomi (Zigani, Gypsies, Gitanos, Zingari,Bohémiens) anche
se le denominazioni proprie sono Rom, Manouches, Sinti a seconda del gruppo
etno-linguistico di appartenenza. Anche la lingua non presenta caratteri comuni
a tutta la popolazione e la varietà più in uso è il
Vlax, diviso
in decine di sottovarietà, diffuso nei Balcani e molto influenzato
dal romeno. Il carattere nomade di queste genti non ha comunque permesso
l'utilizzo di una forma scritta per la lingua e quindi neanche lo sviluppo
di una letteratura; solo recentemente si è provveduto a fissare uno
standard scritto e gli zingari dispongono attualmente anche di una rivista
titolata
Lacio Drom (Il Legame)
. Dall'arrivo in Europa le difficoltà di convivenza con le popolazioni
ospitanti furono sempre molte, aumentati inoltre in seguito alla crisi, provocata
dall'avvento della Rivoluzione Industriale, delle tradizionali attività
a cui erano dediti. Il momento più tragico della storia zingara coincide
con la messa in pratica della Soluzione Finale da parte della Germania nazista
che costò la vita a circa 800.000 zingari ( ma la cifra è ancora
oggetto di dibattito).
La comunità zingara
e composta prevalentemente da sinti al nord, particolarmente in Piemonte,
e da rom al sud ma la recente ondata migratoria dai proveniente dai Balcani
ha formato gruppi di diversa provenienza creando tensioni anche all'interno
della stessa comunità. Inoltre la dispersione dei vari gruppi
su territori e nazioni molto estesi e differenti tra loro, non ha mai favorito
le relazioni tra comunità zingare e governi nazionali.
Negli ultimi decenni hanno
preso vita alcune strutture confederali come la
Comunità Mondiale Zingara
, nel 1960, ed il
Comitato Internazionale dei Rom
, nel 1971, al fine di migliorare i rapporti con le nazioni ospitanti e
di collaborare con enti sovranazionali come ONU, UNESCO od il Consiglio Europeo.
In Italia ci sono anche circa 120.000 marocchini, 73.000 dall'ex-Jugoslavia, 72.000 albanesi, 57.000 filippini, 44.000 statunitensi, 41.000 tunisini, 35.000 cinesi, 32.000 tedeschi, 32.000 senegalesi, 29.000 rumeni e 28.000 maltesi, più un numero non ben definito di somali, eritrei, polacchi, curdi, ed in generale immigrati provenienti dalla maggior parte dei paesi africani, dell'asia orientale e dell'Europa dell'Est (ISTAT 1998).*
* I dati sono stati copiati dal sito http://members.xoom.com/dizi a cui potete accedere tramita il link per un'ulteriore verifica.
Altre informazioni relative
alle altre minoranze del mondo , in particolar modo a quelle europee, allaloroattività
ed alle loro rivendicazioni culturali e politiche potete visitare la pagina
In lotta per la libertà
un elenco, suddiviso per aree geografiche, di molte situazioni in cui un
popolo, un'etnia o comunque una minoranza si trovano a dover sopportare
il peso dell'oppressione da parte del centralismo delle nazioni in cui sono
costretti a vivere.
N.B.: I dati numerici forniti sono tratti da più fonti non tutte egualmente attendibili, anche in funzione dell'oggettiva difficoltà di censire comunità spesso disperse in vaste aree geografiche o confusi con i gruppi etnici maggioritari delle zone in cui risiedono. Ovviamente tutte le cifre sono da considerarsi puramente indicative.
La
fonte dalla quale è stata tratta la maggior parte delle notizie è
il volume
"Frammenti d'Europa"
di
Fiorenzo Toso
ed. Baldini&Castoldi
anno 1996.
Per chiunque volesse contribuire con notizie, informazioni, commenti può
scrivere all'indirizzo di posta elettronica:
piccamiglio@tiscalinet.it