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Il genocidio iracheno:
gli interessi economici uccidono un popolo

Lecco, giovedì 13-7-2000

Ieri sera, nella sala conferenze di un hotel di Lecco, ho avuto la fortuna di assistere ad un incontro che vedeva protagonista il signor Stefano Salvi, collaboratore della trasmissione televisiva Striscia la Notizia, che recentemente tornato dal viaggi in Iraq, ha raccontato ciò di cui era stato testimone con i propri occhi e che, tra l’altro, aveva già reso noto al grande pubblico attraverso la trasmissione di cui è collaboratore, ottenendo risultati enormi. Già da un po’ seguivo con molto interesse l’evolversi dell’embargo in Iraq ma, causa soprattutto l’ostracismo dei media italiani prime fra tutte le testate giornalistiche, televisive e radiofoniche, non ero mai riuscito a raccogliere più di qualche ritaglio e trafiletto da cui comunque ci si poteva già rendere conto della gravità della situazione. Il racconto del relatore, oltre ha fornirmi una quantità di dati e di spunti sufficienti, ha provocato talmente tanto ritegno in tutti i presenti da convincermi a scrivere qualcosa per cercare di fare il punto su una vicenda che, oltre ad avere connotazioni umanitarie apocalittiche, assume connotazioni geopolitiche talmente importanti e sconvolgenti da costituire un caso emblematico su come la gestione del potere economico mondiale possa arrivare a sacrificare sull’altare dell’interesse la vita di milioni di persone.

La situazione prima dello scoppio della guerra

Prima dello sconsiderato attacco iracheno al Kuwait, l’Iraq era stato un importante alleato degli Stati Uniti e, da questi, era anche stato appoggiato durante la guerra contro l’Iran. Le famose armi chimiche che tanto ora impensieriscono USA e GB, durante il conflitto iracheno-iraniano, vennero fornite all’esercito di Saddam proprio dal governo americano. Nel momento in cui però quest’alleanza cominciò a diventare meno importante per gli Stati Uniti ed appena i delicati equilibri nell’area (a causa anche della morte di Komeini in Iran) mutarono, la politica statunitense cambiò in sfavore del regime iracheno che si vide privato di un appoggio fondamentale per la propria esistenza.

La prima e clamorosa avvisaglia di quanto stesse accadendo si ebbe quando nell’89 il famoso eccidio di 5.000 curdi venne addossato immediatamente all’esercito iracheno. Proprio ieri sera il Signor Salvi ha svelato l’esistenza di documenti certi stilati da un’agenzia sorella della CIA nei quali è provato con certezza che il massacro venne compiuto con armi iraniane e quindi, evidentemente, non da truppe irachene. Si può subito ben capire quanto questa ed altre operazioni simili vennero effettuate allo scopo di preparare il terreno per gli eventi futuri incanalando l’opinione pubblica in un’ottica anti irachena. A far deteriorare ulteriormente i rapporti con gli USA contribuì anche la decisione di Saddam Hussein di statalizzare le più importanti attività del paese, prime tra tutte quelle estrattive o comunque legate all’industria petrolifera. Questo comportò ovviamente l’impossibilità delle grandi aziende petrolifere di sfruttare l’immenso patrimonio energetico iracheno e di perdere il controllo, economico prima e politico poi, su un’area nevralgica per gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

L’invasione del Kuwait

Nel 1990 avvenne però la sciagurata, soprattutto per le conseguenze che avrà sul popolo iracheno, invasione del Kuwait. In un rapido susseguirsi di avvenimenti l’esercito invasore iracheno venne affrontato e presto sconfitto dalla “coalizione internazionale” che Stati Uniti ed Inghilterra avevano, con fulminea rapidità, coagulato e gestito. Anche se le forze irachene erano inizialmente riuscite facilmente e senza ostacolo a penetrare in profondità in territorio kuwaitiano, la pronta reazione internazionale, sostenuta anche dall’appoggio incondizionato dell’opinione pubblica mondiale, cambiò immediatamente le sorti del conflitto e, grazie anche all’enorme dispiego di forze alleate, la guerra vide presto la sua conclusione.

Inaspettatamente però, nonostante tutti se lo attendessero, il dittatore iracheno restò alla guida del paese anche dopo la disfatta militare, economica e morale. Più avanti sarebbe apparso chiaro il perché di questa concessione statunitense a Saddam che, se solo si fosse voluto, sarebbe potuto essere tranquillamente deposto se non addirittura catturato con un rapido blitz. La permanenza del dittatore alla guida dell’Iraq si rivelò poi condizione indispensabile per poter permettere ad USA ed Inghilterra di giustificare l’applicazione dell’embargo davanti all’opinione pubblica mondiale.

Finisce la guerra comincia l’embargo

La disfatta militare irachena fu totale e ben presto il Kuwait fu liberato e i grandi potentati economici poterono riprendere nuovamente a svolgere i propri interessi nell’area. L’esercito iracheno era uscito notevolmente ridimensionato dalla sonora sconfitta ed anche l’apparato economico risentì in grande misura degli esiti del conflitto. Non dimentichiamo, inoltre, che i bombardamenti effettuati dagli alleati sugli impianti petroliferi e sulle raffinerie provocarono anche una catastrofe ambientale senza precedenti. L’unica cosa che paradossalmente superò senza troppi problemi gli esiti della guerra fu la dirigenza del regime iracheno e la sua guida, il dittatore Saddam Hussein. Con la fine del conflitto ed il dittatore iracheno ancora in sella, si pose il problema alla comunità internazionale di creare le condizioni affinché la stabilità geopolitica dell’area fosse garantita e, ovviamente, gli interessi occidentali nella regione fossero tutelati da eventuali colpi di coda di Bagdad. Contemporaneamente restavano dolorosamente aperte le questioni della situazione delle popolazioni curde nel nord dell’Iraq e di quelle sciite al sud. Le prime, già durante la guerra e comunque da tempo, costituivano un elemento di preoccupazione per il regime, in quanto la loro lotta armata contro il regime iracheno costituiva un grande problema interno ancora irrisolto allo scoppio della guerra. Le seconde, tra l’altro numericamente maggioritarie nel paese, ripresero con vigore le loro proteste contro il governo di Saddam rappresentante della componente sunnita del paese. Con la pretesa di difendere i curdi al nord (che tra l’altro nella vicina Turchia, alleata USA, vengono tranquillamente sterminati) e gli sciiti al sud vennero quindi create delle “zone di non volo” (le famose “no fly zone”).

Questa decisione, vedremo più avanti, contribuirà in maniera determinante ad aggravare i già di per sé devastanti effetti dell’embargo. Risulta fondamentale, al fine di comprendere i veri termini in cui è nato e si è sviluppato l’embargo, come esso sia stato e deciso. Al momento di decidere l’attuazioni di sanzioni economiche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, composto da Francia, Russia, Cina, Gran Bretagna ed USA, si espresse a sfavore di tale misura con tre voti contrari a fronte di due a favore (GB ed USA). Appare chiaro come l’embargo, iniziato il 6 agosto 1990, ed i continui bombardamenti ancor oggi all’ordine del giorno e mietono numerose vittime anche civili, sono stati decisi ed attuati unilateralmente da USA e GB addirittura andando sfacciatamente contro la votazione del Consiglio.

Gli effetti dell’embargo

La situazione dell’Iraq, dopo dieci anni di sanzioni, è catastrofica. Tutto il ciclo produttivo industriale, ed in particolar modo quello petrolifero, sono ridotti ad i minimi termini e gran parte degli impianti che sarebbero funzionanti, sono costretti rimanere inattivi in quanto le quote estrattive concesse all’Iraq sono minime. Questo, oltre a creare una povertà diffusa, ad aver innalzato a livelli insostenibili il tasso di disoccupazione ha anche avuto effetti disastrosi sul livello di alfabetizzazione drasticamente diminuito dall’ inizio dell’embargo. Stati Uniti ed Inghilterra gestiscono però l’embargo in maniera totale e ferrea impedendo l’accesso al paese di beni di primissima necessità aggravando enormemente le già gravi conseguenze dell’embargo economico. Infatti mancano attrezzature medico sanitarie basilari quali gli aghi per le siringhe o le sacche per contenere il sangue per le trasfusioni e tutto ciò che può essere considerato materiale di prima assistenza. Le strutture sanitarie sono ridotte ad accampamenti di degenti (in un singolo letto vengono spesso ospitati due o tre individui) dove la più elementare assistenza medica non può essere fornita per mancanza appunto di attrezzature. Risulta inoltre pressoché impensabile cimentarsi in operazioni chirurgiche a causa della mancanza di energia elettrica erogata per alcune ore al giorno e che, comunque, può mancare in ogni momento. Non è inusuale comunque che i medici siano costretti ad operare i pazienti, anche bambini, senza l’utilizzo di alcun anestetico.

Gli americani vietano inoltre la fornitura di medicinali chemioterapici, quanto mai necessari per l’esplosione dei casi di leucemia e tumore causati dall’utilizzo di bombe all’uranio impoverito che ha contaminato tutto il ciclo alimentare, sostenendo che verrebbero riutilizzati per la fabbricazione di quelle armi chimiche che proprio loro hanno fornito in passato al regime di Saddam. Tanto per capire basta registrare che all’ospedale pediatrico Saddam, una volta uno dei migliori nel mondo arabo, la mortalità per le patologie tumorali infantili è prossima al 100%. I bombardamenti hanno inoltre distrutto la rete idrico-fognaria in tutto il paese. In questo modo tutti i corsi d’acqua, Tigri ed Eufrate compresi, si trovano ad essere un’unica cosa con le fogne; la popolazione irachena è quindi costretta ad utilizzare l’acqua inquinata per dissetarsi, lavarsi e per tutte le proprie esigenze quotidiane. Questo ha ovviamente effetti devastanti sulle già gravi condizioni sanitarie della popolazione. Ad aggravare, se possibile, la situazione concorre il fatto che le già scarse forniture di materiale medico, prepagate in anticipo dall’Iraq, comprendono spesso materiale di qualità scadente, avariato o scaduto. L’effetto delle misure imposte unilateralmente da USA ed Inghilterra e dell’utilizzo, durante i bombardamenti di bombe all’uranio impoverito, può essere chiarito da alcune, impressionanti, cifre:
 

Dall’inizio dell’embargo mediamente muoiono 6-7.000 bambini al mese per mancanza di medicinali di prima necessità e per l’impossibilità di prestare loro anche le minime cure mediche.

Nel solo mese di marzo vi sono state 9.328 morti, soprattutto bambini ed anziani, a causa delle ristrettezze imposte dall’embargo. I dati diffusi dal Ministero della Sanità in marzo dicono che 6.438 bambini sotto i cinque anni, sono morti per diarrea, polmonite, malattie respiratorie e malnutrizione rispetto ai 362 morti per le stesse cause nel marzo ’89. Gli anziani morti per malattie di cuore, ipertensione, diabete e cancro sono state 2.890 rispetto alle 407 del marzo ’99.

Da cinque anni il 25% dei nascituri risulta affetto da mutazioni genetiche e la loro cura è resa impossibile dalle ristrettezze imposte dall’embargo.

L’impossibilità di esportare petrolio, di cui l’Iraq è ricchissimo, e la distruzione, durante i bombardamenti di gran parte delle strutture industriali ha ridotto il paese in uno stato di estrema indigenza. Inoltre il blocco dei fondi iracheni depositati all’estero (5 miliardi di dollari solo negli USA) non permette di alleviare la situazione.

In prospettiva, i futuri malati di una qualche forma di cancro, saranno circa 9.000.000 ovvero il 48% della popolazione irachena.

Tutto il territorio iracheno colpito dai proiettili all’uranio impoverito, è ancora grandemente contaminato e, in queste zone, il numero degli affetti da cancro o tumori è aumentato in maniera impressionante. Da notare che il Kuwait, egualmente contaminato durante la guerra ma alleato statunitense, è stato completamente bonificato in un anno e mezzo

Dall’inizio dell’embargo le vittime di fame, condizioni sanitarie drammatiche ed effetti dell’uranio impoverito sono state in tutto circa 1.700.000 (1.273.000 secondo le dichiarazioni dell’ambasciatore iracheno a Roma Al Yachoubi, 1.500.000 per altri).

 

Significativo è il fatto che il coordinatore umanitario dell’ONU in Iraq Hans Von Sponeck, si è dimesso il 26 aprile per protesta contro il persistere delle sanzioni criticando i raid americani e britannici nelle zone di non volo che hanno causato, solo durante il 1999, la morte di 144 persone in maggior parte civili. Il diplomatico si è anche scagliato contro le sanzioni internazionali, affermando che hanno ottenuto solo di far soffrire la popolazione irachena. Anche il suo predecessore, l’irlandese Denis Halliday, si era dimesso nel 1998 per gli stessi motivi.

A chi conviene l’embargo?

Ma allora perché, nonostante la catastrofe umanitaria irachena sia enorme e non veda alcuna soluzione tranne l’abolizione dell’embargo, USA ed Inghilterra insistono caparbie, a dieci anni dalla fine del conflitto, nell’applicazione ferrea del blocco e continuano, con una media giornaliera di due al giorno, nei bombardamenti sulle “zone di non volo”?Per dare una risposta basta capire a chi conviene che l’embargo continui ovvero a quasi tutti tranne che al popolo iracheno.Gli americani e tutti i paesi produttori di petrolio, primi tra tutti quelli del Golfo Persico, temono che l’abolizione delle sanzioni ed il rientro dell’Iraq nel mercato possa sconvolgere gli equilibri commerciali creatisi con la fine della guerra. Infatti l’Iraq è uno dei maggiori detentori di riserve petrolifere al mondo ed inoltre non fa parte dell’OPEC, l’organizzazione mondiale dei paesi produttori di petrolio. Considerando che in Iraq un litro di benzina alla pompa costa l’equivalente di 20 £ (venti lire) appare subito evidente che l’eventuale rientro sul mercato degli iracheni sia visto come un grosso pericolo dagli altri produttori di greggio. Anche la presenza militare americana ed il mercato di armi svolgono un ruolo importante negli interessi statunitensi; significative le parole del vice presidente iracheno Tarek Aziz: “agli Stati Uniti questa situazione conviene; stanno facendo soldi incrementando la loro presenza militare nell’area del Golfo, impongono la loro politica nella zona, vendono le loro armi nel Golfo ottenendo tutti i maggiori contratti”. In questo senso va vista anche la volontà di permettere a Saddam Hussein di governare il paese, in quanto la presenza del dittatore offre un alibi comodo e sicuro per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica il persistere delle sanzioni.

Sul fronte opposto abbiamo il regime iracheno che dall’inizio dell’embargo lo sfrutta come mezzo di autosostegno nei confronti dell’opinione pubblica interna a cui fa credere che la colpa del persistere dell’embargo, ma anche l’entrata in guerra e l’ostilità verso i paesi confinanti, sia unicamente dei paesi occidentali, che comunque hanno le loro grandi responsabilità, nascondendo alla popolazione le colpe del regime che, tra l’altro, utilizza quel poco denaro ricavato dal programma “Oil for Food” per inutili programmi militari come la recente sperimentazione di un missile a medio raggio. Anche Saddam, quindi, utilizza l’embargo e tutta la situazione venutasi a creare dopo la guerra per rimanere in sella al suo traballante governo.

Cosa fanno il governo italiano ed il Vaticano

In questo caso l’italia, che pur ha partecipato attivamente alla guerra nel Golfo, ha dimostrato maggior sensibilità dei criminali anglosassoni e ha sempre mantenuto, in ragione anche dei grandi interessi economici che ha nella regione, una posizione più moderata sulla questione delle sanzioni. Proprio recentemente, Camera e Senato, hanno votato all’unanimità un documento che impegna il governo ad adoperarsi, seguendo un’agenda ben definita e già fissata, perché cessi al più presto l’imposizione delle sanzioni. A quanto sembra anche Francia e Germania sono sulla stessa lunghezza d’onda ed è auspicabile che, magari dopo l’uscita di scena di Clinton dalla presidenza statunitense, si crei un vasto fronte politico ma anche popolare che si muova deciso per l’abolizione delle sanzioni.Il Vaticano, invece, pur avendo un Nunzio apostolico in Iraq, non sembra fino ad ora deciso ad attivarsi concretamente per alleviare le sofferenze del popolo iracheno e non ha ancora intrapreso significative iniziative in questo senso.

Alcuni dati statistici sull’Iraq di interesse*:

Superficie: 434.128 kmq
Popolazione: 16.355.199 (censimento 1994), 22.219.000 (stima 1997)
Personale militare: 382.500 (1996)
Spese militari: 18% PIL
Popolazione:

crescita annuale: 3,6% (1991-96)

incremento naturale: 24.3% (1994)
fecondità: 4,9 (1994)
natalità: 34,1% (1994)
mortalità: 9,8% (1994)
mortalità infantile: 91,9% (1994)
speranza di vita: maschi 57 anni, femmine 60 anni (1994)
gruppi etnici: arabi 77%, curdi 19 %, azerbaigiani 1,7%, altri 2,3%
religione: musulmani (sciiti 62,5%, sanniti 34,5%), cristiani 2,7%.

*I dati sono tutti tratti dal “Calendario Atlante De Agostini 1999”.

Piccola bibliografia:


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