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| La servitù coatta non rientrava tra le questioni da trattare nel concilio convocato a Mantova nel 1536 e apertosi a Trento nove anni più tardi, il 13 dicembre del 1545. Gli errori dottrinali, la riforma dei costumi, la pace tra i prìncipi, l'urgenza di un'altra crociata: ecco i temi più urgenti. Ma a quale di essi dare la precedenza?1 |
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| «Desiderato e procurato dagli uomini pii», come scrisse il Sarpi, «per riunire la chiesa che comminciava a dividersi»,2 quel concilio avrebbe privilegiato il risanamento e l'irrobustimento della Chiesa romana. L'idea di una Lega Santa contro i Turchi maturò poi come ostentazione dell'unità ritrovata. Invocando il rosario, papa Pio V dichiarò guerra agli infedeli e agli eretici che insidiavano la fede e seminavano la discordia in Europa: occorreva stringersi intorno alla croce, simbolo del martirio di Cristo. |
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| Eppure sembrava che il cielo avesse voluto risarcire Roma in anticipo per quella dimidiatio. I popoli delle Indie orientali e occidentali si erano rivolti a Roma con speranza. Nel 1521 lo aveva ricordato a Lutero il re d'Inghilterra Enrico VIII, ancora fedele al papa: «Si vera sunt quae ex India quoque huc veniunt, Indi etiam ipsi tot terrarum, tot marium, tot solitudinum plagis disiuncti, romano tamen se submittunt Pontifici».3 Un informatore portoghese dei padri conciliari, frei Gaspar dos Reis, riprese quel concetto ventisei anni dopo: «In occidentali India inventi sunt populi ad suscipiendam christianam fidem promptissimi, qui catervatim currunt ad baptismum».4 |
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| E gli africani deportati? L'attesa era grande. Nella Nuova Spagna c'erano tutte le ragioni per ritenere che in Italia si sarebbe discusso anche del ruolo delle diocesi delle Indie nella propagazione della fede cattolica. Informati dell'avvenuta convocazione del nuovo concilio, i vescovi d'America espressero il desiderio di essere presenti, e non solo rappresentati. Si pronunciò per primo il francescano osservante Juan de Zumárraga, allora vescovo e più tardi arcivescovo del Messico, testimone, nel 1531, del miracolo di Guadalupe: ai suoi piedi l'indio Juan Diego aveva deposto i fiori donatigli dalla Madonna, sciorinandoli dal mantello su cui la santa immagine si era prodigiosamente impressa. Sul momento Zumárraga dubitò di Juan Diego, ma poi credette al suo racconto. Quei fiori la Vergine li aveva dati in pegno all'umanità esotica: una sorta di rosario d'oltremare. | ![]() |
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| Il 13 febbraio 1537 Zumárraga si appellò a Carlo V: «Humildemente suplico a Vuestra Majestad mande favorecer a mis procuradores, mucho más que si yo fuera, de manera que se alcance y se despache lo que ellos van a procurar en mi lugar, y a lo que yo fuera de buena voluntad; porque de aquí depende la cristiandad y la salvación destas gentes, y que el edificio espiritual vaya fundado como Vuestra Majestad lo desea».5 A più riprese, in seguito, il vescovo si rivolse all'imperatore e al Consiglio delle Indie, ma senza successo: gli venne impedita la partenza, e non fu consentito né a lui né agli altri vescovi di inviare procuratori.6 La ragione ufficiale del diniego fu che non si dovevano lasciare le sedi lontane, tanto più che il concilio rischiava di essere rinviato e che le novità sarebbero giunte per tempo attraverso i soliti canali.7 |
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| La promozione della cristiandad e
l'obiettivo della salvación dell'umanità
extraeuropea convivevano con la pratica dello schiavismo
e rientravano negli auspici delle corone spagnola e
portoghese, oltre che del papato. Questa attenzione
riguardava sia gli indios sia i deportati dall'Africa, la
cui sottomissione al pontefice giunse in modo simbolico
molto più tardi.8 La tratta dei neri,
messa in atto per la prima volta dai portoghesi verso la
metà del secolo XV, prevedeva la somministrazione del
battesimo a bordo o poco prima dell'imbarco, «...sola
aspersione aquae cum ysopo..., sicut olim faciebant
apostoli»,9 così da garantire
il riscatto spirituale a chi non era stato catechizzato.
Gli africani non percepivano il senso di quel rituale e
lo intendevano come una forma di iniziazione alla
schiavitù;10 tra coloro che li
battezzavano, d'altra parte, alcuni facevano fatica a
identificarsi con gli apostoli, dubitando dell'efficacia
di un sacramento impartito a creature di Dio che non
sapevano neppure cosa fosse lo Spirito Santo, come i
discepoli efesini di San Paolo (Act. 19,2). Tra coloro
che dubitavano c'era il frate minore osservante Francisco
da Conceição, portoghese, coadiutore dell'arcivescovo
di Braga, venuto in Italia per informare i padri
conciliari riuniti nella sessione di Bologna.11 Gli Archivi Vaticani custodiscono due copie autografe dell'intervento di Francisco da Conceição, con brevi note sugli africani deportati, inserite, sotto il titolo «Apud Lusytanos [...] De servis», nel corpo delle sue riflessioni sugli abusi nella somministrazione dei sacramenti. Non è chiaro se si tratti di un parere di complemento o di un contributo direttamente rivolto ai teologi conciliari. In un passaggio, quasi una divagazione tra battesimo ed eucaristia, il frate osserva che l'ignoranza degli schiavi in materia di fede dipende non tanto dai padroni e dai padrini di battesimo, quanto dall'incuria dei prelati. E poi depreca, «quod est contra fidem», il concubinaggio tra schiavi, che i padroni favoriscono per incrementare il proprio patrimonio; la marchiatura a fuoco, che spinge le madri all'aborto o all'infanticidio; l'abitudine di insultarli come canes e Sarraceni, anche se convertiti, o di torturarli con tizzoni, cera e grasso bollente; la propensione a ledere, spesso in modo oltraggioso e violento, il loro diritto e desiderio di riscatto. Osserva Francisco da Conceição: i padroni cristiani vanno ammoniti; le loro angherie andrebbero proibite, «si videbitur». Prima di passare agli abusi nell'impartire l'eucaristia, auspica che i padri del concilio si pronuncino anche sulla compravendita e la detenzione di schiavi da parte dei cristiani, e mette in guardia i presenti, «quum enim multa sit apud christianos theologos de coacta servitute (etiam de illa, quam leges permittunt) dubitatio». |
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| Dai registri dei conti di Antonio Manelli relativi ai sussidi concessi agli intervenuti al concilio, risulta che fra Francisco da Conceição si fermò a Bologna dal luglio 1547 al febbraio 1548.12 Prima di lui, nessuno aveva toccato quell'argomento durante il concilio. Ma il suo auspicio fu vano. Né durante quei mesi, né dopo, le congregazioni generali si occuparono del suo deciso per quanto fugace accenno alla schiavitù, e ancor meno dei dubbi teologici evocati con l'esortazione a non sottacerli («Ad haec res est non levis aut sacri synodi indigna iudicio, quae circa comprehensionem et vectionem, emptionem et vendicionem ipsorum servorum fit...»).13 I risvolti politici e commerciali dello schiavismo non erano oggetto di contesa. Le due corone di Spagna e Portogallo, in concorrenza sullo scenario d'oltremare, convenivano sulla legittimità delle deportazioni. Gli schiavi erano visti come una grande risorsa per l'Europa, afflitta dalle pestilenze, dalle carestie e dagli scismi. Le raccomandazioni reali e papali riguardavano per lo più l'opportunità di evitare le conversioni forzate: erano ammonizioni, non proibizioni, e in ogni caso non tali da scongiurare il ricorso alla violenza gratuita.14 Il concilio era ormai alle ultime battute quando il corsaro e negriero inglese John Hawkins iniziò a fare concorrenza ai portoghesi sulla rotta atlantica, segnando l'inizio di una nuova e triste tappa nella storia della schiavitù. |
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| Nel dicembre del 1545, a Trento, i lavori si erano aperti con il discorso ufficiale del vescovo di Bitonto Cornelio Musso, prodigo di elogi per il re portoghese, «cuius sancto nomini... a Deo datus est novus orbis».15 Musso si riferiva non solo alle Indie orientali e al Nuovo Mondo «al di qua» della linea di Tordesillas, ma anche al Niger, alla Guinea e all'Angola. Del «novus orbis» faceva parte anche l'isola di São Tomé, con le sue nuove piantagioni di canna da zucchero e le massicce deportazioni di neri dal vicino continente. Lì, a concilio ultimato e con l'assenso del papa, si sperimentò l'istruzione di sacerdoti neri da inviare anche in Africa.16 Lo stesso Francisco da Conceição sembra alludere a questa prospettiva all'inizio del suo excursus «Apud Lusytanos», prima di menzionare São Tomé e Calcutta come i centri da cui per lo più provenivano i deportati: «Sunt quaedam insulae... unde nunquam confirmationis ibi sacramentum ministratur neque ordinationes fiunt. Aut igitur tales in his locis ordinentur episcopi, qui per se ire aut suffraganeum suis expensis mittere velint et promittant, vel alia certe via, quae patribus visa fuerit, saluti animarum et ecclesiae commodo prospiciatur». |
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| Il caso di São Tomé fu eccezionale e circoscritto. I neri a quei tempi erano esclusi dal sacramento del sacerdozio. Fu così anche per fra Benedetto il Moro da San Fratello, nato in Sicilia da schiavi africani. I voti «irregolari» da lui presi sul Monte Pellegrino nella comunità eremitica di Gerolamo Lanza, sciolta in applicazione di un breve papale del 1562 quando il concilio tridentino si avviava a conclusione, non gli furono dati per validi nel convento dei frati minori osservanti di Palermo, né gliene vennero somministrati ex novo: Benedetto divenne guardiano e vicario del convento, ma restò un frate laico. Inoltre, nelle statue che lo effigiavano, destinate agli altari della penisola Iberica e del Nuovo Mondo già qualche decennio dopo la morte, la sua nerezza venne elaborata e «dosata» secondo i casi e secondo i luoghi. Dove più consistenti erano le confraternite di schiavi (Andalusia, Lisbona, Brasile), essa ne fu lo specchio iconografico. Dove la presenza di schiavi africani era contenuta, a causa anche della durezza del clima (ad esempio, nelle zone interne e alte dell'attuale Colombia, diversamente dalle zone costiere e temperate), la sua immagine venne alquanto schiarita. Il San Benito de Palermo al centro di un ricco altare barocco della chiesa dei francescani di Bogotá, identico agli altri altari databili tutti al secondo quarto del Seicento, è rappresentato con le fattezze di un bianco. Tutto ciò può spiegarsi in termini di osservanza di un canone figurativo tridentino, se consideriamo che il secondo decreto approvato nella venticinquesima e ultima sessione, tenutasi il 3 e il 4 dicembre del 1563 sotto papa Pio IV, De invocatione, veneratione et Reliquiis Sanctorum, et Sacris Imaginibus, a proposito di queste ultime disponeva: «Postremo tanta circa haec diligentia et cura ab episcopis adhibeatur, ut nihil inordinatum aut praepostere e tumultuarie accomodatum, nihil profanum nihilque inhonestum appareat, quum domum Dei deceat sanctitudo». Per la decenza della casa di Dio, la raffigurazione dei santi doveva rispecchiare la qualità spirituale della purezza. Nel caso di Benedetto, di pelle nera e aspirante alla santità, una statua di genere, bianca, in assenza di tradizione orale o di documenti, era più degna della casa di Dio se rifuggiva, in tutto o in parte, dalla rappresentazione di una qualità materiale inordinata e profana. Altrettanto inordinata, alla luce della lettura biblica e dell'argomentazione logica, fu ritenuta quella tesi del vescovo Las Casas che contraddiceva l'impianto generale della Historia de las Indias, e apertis verbis, nel silenzio all'epoca imperante, negava la legittimità della schiavitù e delle tratte di schiavi dall'Africa all'Europa e al Nuovo Mondo. |
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| Fra Bartolomé era stato consacrato vescovo del Chiapas nel convento domenicano di Siviglia, un anno e mezzo prima dell'apertura del Concilio di Trento. Prima di morire mise un veto di quarant'anni sulla pubblicazione della Historia de las Indias. La sua proposta di deportare gli africani per impiegarli al posto degli indios decimati non ebbe forte incidenza su una pratica già invalsa da tempo, o almeno non come la maledizione di Noé nei confronti della discendenza di Cam. Quell'argomento biblico, alcuni decenni dopo, avrebbe invece consentito al Santo Uffizio di condannare in blocco la Historia de las Indias, data alle stampe solo nel 1875.17 |
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| Nel valutare dunque l'esclusione dei
vescovi americani dal Concilio di Trento e il silenzio
dei convenuti sulla servitù coatta delle genti delle
Indie e dell'Africa, si osservi anzitutto che, nei timori
della Chiesa e dell'Impero, le questioni «locali»
sollevate dai vescovi rischiavano di nuocere al processo
di ricomposizione e di aprire nuovi fronti di discordia.18 Il controllo diretto
dei rappresentanti imperiali e dei legati papali garantì
questa linea nel corso di tutto il Concilio. In secondo
luogo, si consideri che dietro tutto il non detto dai
concili e dai papi di allora (e non solo di allora) in
fatto di questioni controverse, si può ragionevolmente
presumere che vi fosse: o l'ovvietà del quadro
istituzionale -che non richiedeva pronunciamenti e
mediazioni tra le parti-, o la rimozione di un tema
delicato sotto l'aspetto etico e dottrinario, o il
rigetto di questioni universali politicamente rischiose
per l'Europa. In un tale contesto di cose taciute e non
decretate, le parole e gli appunti
autografi di Francisco da Coinceção non vanno percepiti
come una sorta di interferenza, o la voce di una
coscienza isolata,19 ma come la preziosa
conferma dell'antichità e della consistenza, all'interno
degli ordini religiosi del tempo, delle voci di protesta
contro la liceità della tratta e della schiavitù delle
genti d'Africa. |
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| Bibliografia Arch. Vat. Conc. 16, 395r-398v. Concilium Tridentinum Diariorum, Actorum, Epistularum Tractatum Nova Collectio. Edidit Societas Goerresiana. Friburgi Brisgoviae. P. de Leturia S.J., Perché la nascente Chiesa ispano-americana non fu rappresentata a Trento, «Il Concilio di Trento. Rivista commemorativa del IV centenario», Anno I,1, ottobre 1942, pp. 35-42. J. De Castro, Portugal no Concílio de Trento. 6 volumi. União Gráfica, Lisboa, 1944-46. I. Rogger, Le nazioni al concilio di Trento nella sua epoca imperiale. Orbis Catholicus-Herder, Roma, 1952. H. Jedin, Storia del concilio di Trento. 4 volumi. Morcelliana, Brescia, 1948-81. D.B. Davis, The Problem of Slavery in Western Culture. Ithaka, Cornell University Press, 1966. M. Malowist, La schiavitù nel Medioevo e nell'età moderna. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma, 1986. A. De Sandoval, Un tratado sobre la esclavitud (De instauranda aethiopum salute). Introduzione, trascrizione e traduzione di E. Vila Vilar. Madrid, Alianza Editorial, 1987. I. Pérez Fernández, O.P., Bartolomé de las Casas ¿contra los negros? Mundo Negro, Madrid, 1991. B. Fra Molinero, La imagen de los negros en el teatro del Siglo del Oro. Siglo XXI, Madrid, 1995. M. Marcocchi, C. Scarpati, A. Acerbi, G. Alberigo, Il Concilio di Trento, Istanze di riforma e aspetti concettuali. Milano 1997. A. Prosperi, Il Concilio di Trento e la controriforma. Edizione UCT, Trento 1999. I. Gutiérrez Azopardo, La población negra en América. El Buho, Bogotá, 2000.
(trad. Olivo Zeni) |