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Ma gli storici
non bastano




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Pagina 51

GLI SCHIAVI
una merce preziosissima che serviva anche al papa

di SERGIO FRAU


A un certo punto, Aurelia Martin Casares dell'Università di Granada chiama Cervantes a testimone del XVI secolo in Spagna: «Danno la libertà ai loro neri ma solo quando sono vecchi e non possono più servirgli. Cacciandoli di casa con il titolo di liberi, li fanno schiavi della fame di cui non si libereranno se non con la morte». E il Cardinale d'Este, anche lui a fine Cinquecento, come teneva in ordine quella sua villa di Tivoli tutta giochi d'acqua che, oggi, fa disperare le soprintendenze? Schiavi, ovviamente! Decine e decine di schiavi "turchi" che mandavano avanti tutto. «E quando in 50 ne fuggirono», racconta Salvatore Bono che agli Schiavi musulmani nell'Italia moderna ha da poco dedicato un librone per le Edizioni Scientifiche Italiane, «il cardinale ne fece venire altri 50 dal Friuli, catturati nei Balcani, che però non diedero buona prova. Così il porporato con rammarico li rivendette alla corte di Napoli». E il re d'Italia, allora? Nel 1872 Vittorio Emanuele di Savoia ricevette in dono dal re d'Egitto due schiavetti pigmei. Girarono un po' per la reggia a dare un tocco d'esotismo prima di essere donati, come oggetti, dal sovrano alla Società Geografica Italiana.
Che schifo di mare, che siamo! Ad ascoltarli uno via l'altro, i trenta storici arrivati a Palermo per il convegno La Schiavitù nel Mediterraneo in età moderna, vengono i brividi. Per la prima volta, infatti, sono stati forniti così tanti dati, fatti, cifre e testimonianze dall'orrore che il Dio dei cristiani e quello dei musulmani promossero, benedissero o finsero di non vedere.
Dove sbarchi sbarchi: per mille anni dall’800 al 1800 non c'è porto, non c'è merce che in qualche modo non abbia a che fare con lo schiavismo. E non perché prima o dopo le razzie corsare non abbiano fatto prede, ma solo perché il periodo analizzato taglia fuori fenici, greci, etruschi, traci e cilici che sul mare, ai tempi loro, ne hanno fatte assai. Oro, zucchero, schiavi, muschio, spezie... E sì, nelle partite doppie degli armatori e dei corsari, gli schiavi finivano sempre nell'elenco delle merci. Proprio là dentro negli archivi delle città di mare, in quelli della chiesa, tra le scartoffie dei notai gli storici sono andati a frugare per estrarne notizie e microstorie che solo il tempo trascorso rende di primo acchito più fascinose che tristi. Tutte insieme disegnano una mappa ancora inedita del Mediterraneo.
Malta? Per tre secoli dal 1530 quando i Cavalieri di San Giovanni, quelli con la croce, vi si istallano fu il mercato di schiavi più importante. Era lì che le marine europee andavano a comprare ciurme a prezzi stracciati: nord africani, turchi, romeni, persino sfigatissimi veneziani. I Cavalieri partecipavano agli utili con un 10 per cento su ogni guadagno. Granada? Il "parco schiavi" in città era costituito in maggioranza da donne, ma solo perché gli uomini catturati vivi, dopo le stragi della guerra, erano pochi e quelli validi finivano sempre ai remi o a far da bestie in campagna.
L'Internazionale dei prelati cattolici? Compravano, vendevano, usavano schiavi musulmani senza problemi. E senza che mai, dalla Cattedra di Pietro, venisse una parola di vera condanna, nonostante che già nel 1547 voci isolate, persino al Concilio di Trento, avessero denunciato gli orrori della tratta. Lepanto? Il bottino di quella poderosa battaglia navale del 7 ottobre 1571 furono 7.200 schiavi. La Lega santa se li spartì così: 3.600 ai cattolici di Spagna, 2.400 ai cattolici di Venezia, 1.200 agli Stati Pontifici.
Tunisi? Catturare schiavi nelle terre degli infedeli fu sempre per i tunisini un gran business. Ovvio che, stavolta, gli "infedeli" fossero siciliani, sardi, campani, calabresi.
Orano? Dal fortino spagnolo i raid nelle campagne algerine tutt'intorno rendevano sempre bene: la caccia all'uomo durava un giorno ma bastava a catturare un bel po' di gente "nuova" da mettere sul mercato. Tripoli? La schiavitù familiare termina nel 1911.
Tutto solo ieri, insomma. Avrà pure ragione Einstein, con quel suo scintillante aforisma, che siamo una sola razza, "la razza umana"... Ma che razza di gente siamo qui, su questo mare chiuso da Gibilterra? Sballano tutti i colori della storia: neri che vendono neri loro confinanti; arabi che glieli ricomprano giù in Mali o in Ghana per poi trascinarli attraverso il Sahara e rivenderli qui a bianchi che ne fanno tratta; più giù, altri arabi che catturano altri neri e li fanno castrare ad Assyuth (dove, per queste cose, avevano mani d'oro) prima di portarli a Cairo o Istanbul, mercati per le corti di Russia o Polonia. E bianchi che rivendono bianchi; e cristiani di Spagna che fanno schiavi i "moriscos", cristiani come loro, ma di colore...
Poco può tranquillizzare il fatto che la tratta mediterranea fosse meno mostruosa di quella che, attraverso l'Atlantico, dissanguò l'Africa succhiandole via sangue buono e milioni di schiavi da soma. Spiega JeanMichel Devau, professore a Nizza: «Nel mare nostro lo schiavo rimaneva, comunque, una persona, con la sua identità, la sua religione, la possibilità di riscatto. Sulle navi negriere per le Americhe, invece, i neri erano solo "pezzi" da trasportare e rivendere. Se parte del carico si rovinava o "andava a male" lungo la traversata non c'erano problemi: il guadagno avrebbe fatto felici ugualmente gli armatori e i ricchi europei che su di loro investivano».
Meritava la zoomata che gli è sta dedicata Sidi Muhammad Ben Abd Allah. Gran personaggio! Ne ha parlato il professor Ben Driss: a fine Settecento mentre i lumi di Francia giustificavano schiavismi salvifici ai danni dei "selvaggi", questo sultano marocchino si diede un gran da fare con i sovrani europei per stabilire regole e accordi per limitare e abolire la schiavitù.
Italiani brava gente? Il professor Bono in quel suo bel libro dimostra che no, che ci siamo stati dentro fino al collo anche noi. Anche lo Stato papalino. E siccome il professore scrive anche per l' Osservatore Romano la sua testimonianza scomoda vale doppio: «Il Pontefice era a capo di uno Stato con il suo esercito, la sua flotta, le sue galere e gli schiavi "infedeli" sono sempre stati "il motore" di quelle sue galere. Del resto, da Civitavecchia, le navi corsare del papa hanno fatto più di un colpo ai danni delle navi o delle coste
"turche"...».
Tutto solo ieri. Così ascoltare queste relazioni di odio mediterraneo con negli occhi e nelle orecchie le sparate dei Ratzinger e dei Biffi, fiammeggianti contro l'Islam fa davvero accapponare la pelle. Incoscienza? O che cosa?
Religioni usate, ancor oggi, come armi? E con quale diritto sull'Italia?
Di Palermo racconta Fabrizio D'Avenia: « Raìs maghrebini e corsari siciliani, bey e pascià, mercanti europei e notabili turchi, cristiani rinnegati e diplomatici internazionali: dagli archivi vien fuori che il conflitto tra Francia napoleonica (alleata dell'Impero turco) e potenze europee prolungò le guerre corsare ai danni dei siciliani fino agli anni Venti dell'Ottocento. Almeno un migliaio vennero catturati in quel periodo. Le scorrerie finirono davvero solo con l'invasione francese dell'Algeria, roccaforte dei pirati barbareschi». Ma anche vera "par condicio" c'erano schiavi musulmani nell'isola a fare quei lavori che facevano rischiare la vita con gli esplosivi o lavorando lì dove la terra smotta e può ammazzare.
Pisa? Michele Luzzati, analizzando le liste battesimali della seconda metà del Quattrocento, ha trovato schiavi anche lì. Gli sono venute fuori: 17 Lucie, 16 Caterine, 8 Margherite... decine e decine di schiavette nere che il battesimo, però, non liberava. Napoli? Una vera e propria capitale dello schiavismo con i suoi ventimila schiavi all'inizio del Seicento. E Livorno, e Genova, e Venezia...
E chi se lo sarebbe immaginato che persino Bologna ha le mani sporche? Raffaella Sarti: «I documenti dimostrano bene che, nel Settecento, gli schiavi c'erano, eccome: si sfata così l'idea che il fenomeno riguardasse solo le città di mare».

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