Michele Angelo Purpura
   
   


 

LA MOLE DEGLI SCRITTI sull'autore di Girgenti è talmente vasta che potrebbe rappresentare un rischio per chi si cimenta in ulteriori riflessioni sull'opera pirandelliana: potrebbe infatti crollargli addosso quell'universo cartaceo e restare sepolto per sempre. Pertanto tale piccola nota, per non smarrirsi all'interno della citata vastità, ha eletto come nume tutelare il saggio di Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia. Già dal titolo emerge, tramite l'idea di un confronto tra Sicilia e Antille, l'accostamento al testo sciasciano.
Certamente le Antille non sono reputate culturalmente - oltre che geograficamente - "vicine" alla Sicilia. Però c'è un esile filo che le unisce simbolicamente. E non è soltanto la condizione di "isolitudine" di bufaliniana memoria. E nemmeno la presenza incombente del Vulcano. È una pagina de Il fu Mattia Pascal di Pirandello.

 
 
       
 
 
Lo scrittore, nella "Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa", evoca immagini, figure e pensieri tipicamente leopardiani. Alcune parti si possono accostare al Dialogo della Natura e di un Islandese tratto dalle Operette morali del recanatese. Quasi fosse uno scambio di opinioni, Leopardi ricorda il "perpetuo circuito di produzione e distruzione" di cui facciamo parte, e Pirandello, in risposta, indica il mondo come "un granello di sabbia impazzito". È la Natura a domandare all'Islandese "Chi sei?", anche se Leopardi e l'Islandese sono più interessati a chiarire l'identità della stessa: così la svelano indicando tutta la cruda verità. A Lei attribuiscono colpe e sfaceli di ogni genere: "in altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese".
Invece Pirandello e Mattia Pascal, tragicamente ironici, temporeggiano prima di scagliare la pietra. Una via d'uscita è l'atto d'accusa lanciato a Copernico, tratto dalla stessa premessa de Il fu Mattia Pascal: "Maledetto sia Copernico!
- Oh oh oh, che c'entra Copernico! - esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia.
- C'entra, don Eligio. Perché, quando la terra non girava...
- E dàlli! Ma se ha sempre girato!
- Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse".
La vicinanza a "Il Copernico" delle Operette morali di Leopardi è evidente: lì addirittura si legge che il sole si è stancato di "far lume a quattro animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango".
E' la piena affermazione del disinganno dell'uomo scopertosi "presenza microscopica" e nemmeno al centro dell'universo. Riprendendo il testo di Pirandello, poco più avanti: "Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'universo, con tutte le nostre belle scoperte ed invenzioni; e che valore volete dunque che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai, le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?".
A distanza di un secolo viene voglia di parlarne. Lo spunto iniziale proviene, forse, dalla visione di un documentario, curato da Folco Quilici, su quel paradiso perduto. Nel 1997 Kurt Amsler su Mondo Sommerso scrive di una catastrofe avvenuta nelle Antille francesi l'8 maggio 1902: il Monte Pelée ha avuto un "piccolo moto d'impazienza". Così il capitano Freeman, comandante del Rodam, nave scampata per un soffio al naufragio, in quei giorni: "Siamo appena tornati dalle porte dell'inferno! Informate il mondo che Saint-Pierre, la capitale della Martinica, nelle Antille francesi, e tutti i suoi abitanti sono praticamente scomparsi".


 
   
 
Saint-Pierre
         
Il Monte Pelée e le rovine
                 
 
         












Gli effetti
dell'eruzione

               
               
               
Luigi Pirandello non chiarisce però la catastrofe di cui sta scrivendo. Come è noto Il fu Mattia Pascal fu pubblicato a puntate sulla rivista quindicinale di Roma "Nuova Antologia" tra il 16 aprile e il 16 giugno 1904 (in volume nello stesso anno e poi nel 1910). Pirandello lo scrive in condizioni non del tutto favorevoli: nel 1903 si allaga la miniera d'Aragona (un'altra piccola impazienza della Natura), è il crac familiare, la moglie si ammala. Nello stesso anno "Nuova Antologia" s'impegna a pubblicargli un nuovo romanzo. Considerata l'entità dei problemi che avrebbe dovuto risolvere, e la quantità d'impegni presi, potrebbe il riferimento al disastro delle Antille non essere contemporaneo al periodo in cui scrive. Potrebbe collocarsi indietro nel tempo di circa un anno. Uno dei metodi di lavoro dello scrittore siciliano era appunto la raccolta di notizie, curiosità ed altro nei taccuini, e il successivo utilizzo di tali dati per i propri lavori. L'esempio del "Taccuino di Harvard" risalente a quel periodo pare illuminante.

Nella regione, inoltre, scartato il disastro di Haiti del 1897, non c'era stato un evento talmente distruttivo da causare migliaia e migliaia di "vermucci abbrustoliti".
In ogni caso la suggestione di quanto segue è troppo intensa per essere trascurata. E allora a distanza di un secolo si parla ancora di quell'eruzione.
Le vittime del Monte Pelée - che per oltre una settimana aveva dato segni dell'imminente catastrofe - furono all'incirca trentamila e cinquecento. Non furono soltanto voci quelle che mitizzarono la salvezza di uno. Forse a salvarsi furono in due. Ma la storia di uno è pirandelliana in tutta la sostanza: Augusto Ciparis, detenuto per ubriachezza - secondo altre fonti si tratterebbe invece di un ergastolano - nelle carceri dell'isola. In seguito fu assunto dal circo Barnum e divenne, andando in giro per il mondo, un fenomeno da baraccone. Ma questa è un'altra storia.


     
     
     
   
La prigione di Saint-Pierre
         

Augusto Ciparis
                 
                 
A conclusione di tale nota un pensiero ricorrente si propone, scaccia gli altri, ha quasi invaso la mente: è un peccato dover fare a meno del commento di Pirandello sulla vicenda esposta. Un carcerato come superstite. Come Eletto dalla Natura.




Riferimenti bibliografici

Amsler K., "Un boato e poi l'Apocalisse", Mondo Sommerso, Firenze, n. 4, aprile 1997.

Leopardi G., Operette morali, in Poesie e prose, Milano, Hoepli, 1959.

Pirandello L., Il fu Mattia Pascal, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, 1955.

Sciascia L., Pirandello e la Sicilia, Milano, Adelphi, 1996.

Le foto del disastro delle Antille sono tratte da un articolo di Vito La Colla pubblicato in
www.globalgeografia.com

(Michele Angelo Purpura)