LA MOLE DEGLI
SCRITTI sull'autore di Girgenti è
talmente vasta che potrebbe rappresentare
un rischio per chi si cimenta in
ulteriori riflessioni sull'opera
pirandelliana: potrebbe infatti
crollargli addosso quell'universo
cartaceo e restare sepolto per sempre.
Pertanto tale piccola nota, per non
smarrirsi all'interno della citata
vastità, ha eletto come nume tutelare il
saggio di Leonardo Sciascia, Pirandello
e la Sicilia. Già dal titolo
emerge, tramite l'idea di un confronto
tra Sicilia e Antille, l'accostamento al
testo sciasciano.
Certamente le Antille non sono reputate
culturalmente - oltre che geograficamente
- "vicine" alla Sicilia. Però
c'è un esile filo che le unisce
simbolicamente. E non è soltanto la
condizione di "isolitudine" di
bufaliniana memoria. E nemmeno la
presenza incombente del Vulcano. È una
pagina de Il fu Mattia Pascal di
Pirandello.
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Lo scrittore, nella
"Premessa seconda (filosofica) a mo'
di scusa", evoca immagini, figure e
pensieri tipicamente leopardiani. Alcune
parti si possono accostare al Dialogo
della Natura e di un Islandese
tratto dalle Operette morali del
recanatese. Quasi fosse uno scambio di
opinioni, Leopardi ricorda il
"perpetuo circuito di produzione e
distruzione" di cui facciamo parte,
e Pirandello, in risposta, indica il
mondo come "un granello di sabbia
impazzito". È la Natura a domandare
all'Islandese "Chi sei?", anche
se Leopardi e l'Islandese sono più
interessati a chiarire l'identità della
stessa: così la svelano indicando tutta
la cruda verità. A Lei attribuiscono
colpe e sfaceli di ogni genere: "in
altri luoghi la serenità ordinaria del
cielo è compensata dalla frequenza dei
terremoti, dalla moltitudine e dalla
furia dei vulcani, dal ribollimento
sotterraneo di tutto il paese".
Invece Pirandello e Mattia Pascal,
tragicamente ironici, temporeggiano prima
di scagliare la pietra. Una via d'uscita
è l'atto d'accusa lanciato a Copernico,
tratto dalla stessa premessa de Il fu
Mattia Pascal: "Maledetto sia
Copernico!
- Oh oh oh, che c'entra Copernico! -
esclama don Eligio, levandosi su la vita,
col volto infocato sotto il cappellaccio
di paglia.
- C'entra, don Eligio. Perché, quando la
terra non girava...
- E dàlli! Ma se ha sempre girato!
- Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e
dunque era come se non girasse".
La vicinanza a "Il Copernico"
delle Operette morali di
Leopardi è evidente: lì addirittura si
legge che il sole si è stancato di
"far lume a quattro animaluzzi, che
vivono in su un pugno di fango".
E' la piena affermazione del disinganno
dell'uomo scopertosi "presenza
microscopica" e nemmeno al centro
dell'universo. Riprendendo il testo di
Pirandello, poco più avanti: "Ormai
noi tutti ci siamo a poco a poco adattati
alla nuova concezione dell'infinita
nostra piccolezza, a considerarci anzi
men che niente nell'universo, con tutte
le nostre belle scoperte ed invenzioni; e
che valore volete dunque che abbiano le
notizie, non dico delle nostre miserie
particolari, ma anche delle generali
calamità? Storie di vermucci ormai, le
nostre. Avete letto di quel piccolo
disastro delle Antille? Niente. La Terra,
poverina, stanca di girare, come vuole
quel canonico polacco, senza scopo, ha
avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha
sbuffato un po' di fuoco per una delle
tante sue bocche. Chi sa che cosa le
aveva mosso quella specie di bile. Forse
la stupidità degli uomini che non sono
stati mai così nojosi come adesso.
Basta. Parecchie migliaja di vermucci
abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne
parla più?".
A distanza di un secolo viene voglia di
parlarne. Lo spunto iniziale proviene,
forse, dalla visione di un documentario,
curato da Folco Quilici, su quel paradiso
perduto. Nel 1997 Kurt Amsler su Mondo
Sommerso scrive di una catastrofe
avvenuta nelle Antille francesi l'8
maggio 1902: il Monte Pelée ha avuto un
"piccolo moto d'impazienza".
Così il capitano Freeman, comandante del
Rodam, nave scampata per un soffio al
naufragio, in quei giorni: "Siamo
appena tornati dalle porte dell'inferno!
Informate il mondo che Saint-Pierre, la
capitale della Martinica, nelle Antille
francesi, e tutti i suoi abitanti sono
praticamente scomparsi".
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| Saint-Pierre |
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| Il Monte
Pelée e le rovine |
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Gli effetti
dell'eruzione
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Luigi Pirandello non
chiarisce però la catastrofe di cui sta
scrivendo. Come è noto Il fu Mattia
Pascal fu pubblicato a puntate sulla
rivista quindicinale di Roma "Nuova
Antologia" tra il 16 aprile e il 16
giugno 1904 (in volume nello stesso anno
e poi nel 1910). Pirandello lo scrive in
condizioni non del tutto favorevoli: nel
1903 si allaga la miniera d'Aragona
(un'altra piccola impazienza della
Natura), è il crac familiare, la moglie
si ammala. Nello stesso anno "Nuova
Antologia" s'impegna a pubblicargli
un nuovo romanzo. Considerata l'entità
dei problemi che avrebbe dovuto
risolvere, e la quantità d'impegni
presi, potrebbe il riferimento al
disastro delle Antille non essere
contemporaneo al periodo in cui scrive.
Potrebbe collocarsi indietro nel tempo di
circa un anno. Uno dei metodi di lavoro
dello scrittore siciliano era appunto la
raccolta di notizie, curiosità ed altro
nei taccuini, e il successivo utilizzo di
tali dati per i propri lavori. L'esempio
del "Taccuino di Harvard"
risalente a quel periodo pare
illuminante.
Nella
regione, inoltre, scartato il disastro di
Haiti del 1897, non c'era stato un evento
talmente distruttivo da causare migliaia
e migliaia di "vermucci
abbrustoliti".
In ogni caso la suggestione di quanto
segue è troppo intensa per essere
trascurata. E allora a distanza di un
secolo si parla ancora di quell'eruzione.
Le vittime del Monte Pelée - che per
oltre una settimana aveva dato segni
dell'imminente catastrofe - furono
all'incirca trentamila e cinquecento. Non
furono soltanto voci quelle che
mitizzarono la salvezza di uno. Forse a
salvarsi furono in due. Ma la storia di
uno è pirandelliana in tutta la
sostanza: Augusto Ciparis, detenuto per
ubriachezza - secondo altre fonti si
tratterebbe invece di un ergastolano -
nelle carceri dell'isola. In seguito fu
assunto dal circo Barnum e divenne,
andando in giro per il mondo, un fenomeno
da baraccone. Ma questa è un'altra
storia.
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| La
prigione di Saint-Pierre |
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Augusto Ciparis |
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A conclusione di tale
nota un pensiero ricorrente si propone,
scaccia gli altri, ha quasi invaso la
mente: è un peccato dover fare a meno
del commento di Pirandello sulla vicenda
esposta. Un carcerato come superstite.
Come Eletto dalla Natura.
Riferimenti
bibliografici
Amsler
K., "Un boato e poi
l'Apocalisse", Mondo Sommerso,
Firenze, n. 4, aprile 1997.
Leopardi G., Operette morali, in
Poesie e prose, Milano, Hoepli,
1959.
Pirandello L., Il fu Mattia Pascal,
in Tutti i romanzi, Milano,
Mondadori, 1955.
Sciascia L., Pirandello e la Sicilia,
Milano, Adelphi, 1996.
Le foto del disastro delle Antille sono
tratte da un articolo di Vito La Colla
pubblicato in www.globalgeografia.com
(Michele
Angelo Purpura)
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