Amelia Rizzo
   
   




 
     
   





L'USO DELLE ICONE trova origine principalmente nell'oriente bizantino, sia nelle chiese, pubbliche o domestiche, che nelle abitazioni private dove ancora oggi è spesso collocata in alto negli ingressi: il visitatore, prima di salutare il padrone di casa, rivolge un segno di omaggio all'icona volgendo lo sguardo verso l'alto, sede dell'Altissimo, il Primo ed Unico necessario. Secondo l'Antico Testamento (Dt 4, 15-16), non era permesso creare immagini materiali di Dio ma, con la venuta del Figlio, "immagine del Dio invisibile" (Col. 1,15), queste sono possibili ed assumono il valore di veri e propri trattati di teologia.

La tradizione vuole che il primo iconografo sia stato San Luca, il quale avrebbe dipinto tre tipi di icone della Madonna: di Odigìtria (che indica il cammino), Eleúsa (della Tenerezza) ed una in atteggiamento di preghiera, senza il Bambino, detta Déisis o anche dell'Intercessione. Secondo la dottrina religiosa, l'iconografo prima di iniziare il lavoro deve raccogliersi in preghiera davanti ad un'immagine della Madonna Odigitria, affinché lo guidi. Segue poi un'invocazione allo Spirito Santo. Il supporto delle icone è sempre ligneo, dello spessore di mm 15-20, e viene preparato alla pittura secondo delle tecniche ben precise che assicurano al dipinto una buona resistenza al decorso del tempo.

L'icona di Burgio, nota come "Madre della Consolazione", appartiene al gruppo delle Odigitrie: cioè raffigura Maria che indica la via, di cui è simbolo Gesù. Infatti, mentre nel dipinto di Burgio il Bambino tiene in mano un cartiglio chiuso, in molte icone dello stesso tipo Gesù è raffigurato con in mano un libro aperto in cui si legge "Io sono la via". Si è riusciti a decifrare la ricercata simbologia che si nasconde nella sacra immagine della Madonna della Consolazione con l'aiuto di suor Maria Donadeo, del monastero russo di Uspeski di Roma, autrice di interessanti pubblicazioni sulle icone e ricercatrice di testimonianze e preghiere bizantine. Il diffuso uso dell'oro, come è consuetudine nell'arte decorativa bizantina, vuole esprimere gloria e magnificenza celeste; la veste della Madonna così come la cuffia che le raccoglie i capelli sono di colore rosso ad indicare la sua divinità, con righe blu simbolo dell'umanità. Il rosso è presente soltanto nelle parti più intime e nascoste. Il manto di colore blu è orlato di oro, con una ricca frangia, a significare che, pur nella sua umanità, Ella è rivestita di gloria e di onore; l'unico elemento che della sua umanità vuole comunicare all'uomo è la sua purezza, raffigurata dalle larghe fasce bianche che si notano sul lato destro del capo e della spalla. A simbolo ulteriore della verginità di Maria, prima e dopo il parto, vi sono le stelle luminose, solitamente in numero di tre, sul capo e sulle spalle: l'icona di Burgio ha una quarta stella che con le altre tre forma i quattro punti cardinali, a significare che il suo messaggio è rivolto al mondo intero.

Il Bambino, seduto sulla mano sinistra della Madre, è raffigurato con la fronte alta e larga rispetto al viso, ad indicare la predominanza del pensiero contemplativo: Egli tiene nella mano sinistra il rotolo delle Sacre Scritture, mentre la destra è benedicente, secondo lo stile bizantino: il pollice tocca l'anulare. Nella posizione delle dita, la formazione dei due gruppi di due e tre dita, ad indicare la Trinità e le due nature di Cristo, umana e divina. Gli sguardi, sia della Madonna che del Bambino sono rivolti allo spettatore, quasi ad incrociarsi, mentre il capo della Madonna è leggermente inclinato verso il Figlio a simboleggiare che è pronta ad intercedere presso di lui per l'umanità.

In alto, a sinistra e a destra,
in due cerchi doppiamente circoscritti a fondo rosso vi sono i nomi dei personaggi raffigurati, abbreviati in lettere greche, secondo la forma tipica: MP TY= Metér Theoú. A destra, più in basso ed in cerchi minori ma dello stesso tipo, si legge: IC XC= Iesús Christós. L'iscrizione dei nomi dei personaggi in una delle lingue liturgiche, ma generalmente in lingua greca, lingua ufficiale della chiesa antica, indica per tradizione il completamento dell'opera di "scrittura" dell'icona.