Amelia Rizzo
   
   




 
     
   



DOPO IL RITROVAMENTO, l'icona fu sottoposta all'esame attento di un tecnico della Curia di Agrigento, l'architetto Giuseppe Ingaglio di Canicattì, che ne diede un'approssimativa datazione attribuendola come già detto in principio, ad autore ignoto di scuola bizantina. Dallo stesso venne descritta accuratamente, soprattutto per rilevarne le principali manifestazioni di degrado prima di procedere al restauro. Il dipinto, per le sue caratteristiche sia tecniche che pittoriche, non può certo dirsi opera di un artista dilettante, bensì fa pensare ad un pittore già esperto, raffinato nella tecnica e nel gusto.




 



  La Vergine è raffigurata frontalmente a mezzo busto, con lo sguardo rivolto allo spettatore ed il capo leggermente reclinato verso il Bambino, come spesso si riscontra nelle pitture bizantine dello stesso tipo; indossa una veste rossa dai bordi filettati in oro, su cui porta un piviale. Un velo azzurro le copre il capo e le spalle, decorato, si nota a destra, da una ricca frangia aurea che ha i bordi filettati in oro. Nel velo stesso risaltano quattro stelle dorate, sul capo, sulle spalle e all'altezza del cuore, mentre sotto si intravede una ricca cuffia dai pendenti d'oro che raccoglie i capelli.




Scoperta dal piviale, la mano destra della Vergine indica il Bambino che sta seduto sul braccio sinistro della Madre. E' vestito da un abito dorato, esaltato da un chiaroscuro ottenuto dall'accostamento di linee parallele, e porta nella mano sinistra un rotolo chiuso, mentre la destra è sollevata nell'atto di benedire lo spettatore, che osserva con sguardo penetrante. Dall'esame dei degradi, la tavola di supporto appariva divisa verticalmente in tre parti, e quella centrale mostrava un'ulteriore frattura in senso orizzontale sanata mediante l'uso di un collante improprio. Nel retro recava tracce della presenza di due fasce metalliche, non più esistenti, forse applicate in passato per tenere unite le tre parti che la compongono. Ricomposta nelle misure originarie di cm 58 x 71, la tavola presentava una curvatura con una freccia massima di cm 9, ingegnoso espediente con cui l'autore riuscì a conferire un qualche effetto di tridimensionalità all'immagine, seppur dipinta in piano. Nella valutazione del dipinto, tale accorgimento rappresentò un dettaglio raffinato di grande pregio, soprattutto considerato il periodo in cui venne concepito, ancora ben lontano dalle più evolute tecniche pittoriche introdotte dall'Umanesimo, che riuscirono a riprodurre quasi fedelmente la percezione visiva dello spazio reale.
Allo stesso esame dei degradi furono notati diversi fori sul capo della Vergine e del Bambino, in cui anticamente erano alloggiati i perni di supporto dei diademi, e diffusissime gallerie scavate da insetti xilofagi in ogni parte del dipinto; si potè anche riscontrare che la pellicola pittorica, seppure molto sporca, soprattutto a causa di una vernice protettiva che modificava il tono cromatico del colore di base, non arrecava tracce di ridipinture successive, nonostante la superficie cromatica, il fondo dorato e l'imprimitura avessero risentito dei dissesti del supporto. Ulteriori chiarimenti sulla tecnica di realizzazione del dipinto si ottennero dall'esame condotto dall' I.C.R. di Roma, sotto la direzione di Nicolò Mario Gammino, incaricato del restauro: fu riscontrato che la preparazione della tavola, eseguita in gesso e colla, si presentava in discreto stato di conservazione, e la maggior parte dei sollevamenti si erano manifestati in prossimità dei bordi esterni del dipinto; il fondo era costituito da foglie d'oro su bolo rosso, mentre le aureole della Vergine e del Bambino erano state ottenute con la tecnica della bulinatura, particolare che avvalora la tesi che il dipinto sia stato eseguito da un artista esperto.


 
Per ridurre le deformazioni della tavola, causate dalla mancata aderenza tra le tre parti componenti, ci si trovò costretti ad intervenire innanzi tutto sul supporto, tracciando alcuni solchi in cui incollare dei listelli di legno a forma di cuneo, tagliati a segmenti di cm 6-8, che seguivano esattamente la linea delle giunture. Successivamente, si procedette a fissare le aree sollevate, per rimuovere con idonei solventi lo strato di vernice protettiva che sporcava il dipinto, fino ad intervenire direttamente sulla pellicola pittorica, non prima di avere effettuato impacchi di carta giapponese imbevuta di soluzione solvente, per rimuovere lo sporco residuo ed ammorbidire lo strato da rinnovare. Dopo avere accuratamente colmato le lacune più profonde facendo uso di stucco a base di pasta di legno, e quelle più superficiali con un amalgama di gesso di Bologna e colla animale, si è potuta eseguire l'integrazione pittorica, secondo le più idonee tecniche di restauro che prevedono l'uso di colori ad acquerello. Infine, a protezione del delicato film pittorico, è stato steso, a pennello ed a spruzzo, un sottile strato di vernice protettiva.


A restauro ultimato l'icona aveva recuperato il suo originario splendore, e si tornò a parlare di miracolo, non tanto per l'opera pregevole compiuta da Gammino, quanto per il reperimento dei fondi necessari a ricompensare l'intervento. Infatti, le risorse disponibili era state spese dal Comune di Burgio per il restauro della cappella che doveva ospitare il dipinto al suo ritorno nella Chiesa Madre. Eppure, inaspettatamente, giunse a don Marciante la comunicazione della disponibilità da parte dei dirigenti della filiale di Palermo della Banca di Roma a sovvenzionare il restauro del prezioso dipinto della Madonna della Consolazione, patrimonio di Burgio e di tutta la comunità parrocchiale, nonché simbolo di grande devozione e sincero pentimento.