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POCO CHIARA è a tutt'oggi
la storia del dipinto della Madonna della
Consolazione di Burgio in provincia di
Agrigento, così come irrisolti sono i
dubbi legati al suo furto, scoperto il 10
settembre 1964. Fino a quella data,
nessuno in paese aveva mai pensato che il
polveroso quadro conservato presso la
Chiesa Madre potesse godere di un così
elevato pregio artistico e valore
storico.
Eppure, alla fine degli anni '50, diversi
antiquari si erano recati a Burgio con
l'intento di acquistare il dipinto, ma il
parroco d'allora, don Rocco Colletti,
aveva sempre rifiutato ogni trattativa,
tanto più che la cifra offerta dagli
acquirenti era assai modesta: soltanto
cinquecentomila lire per quell'antica
effige che faceva ormai parte della
storia della Chiesa Madre, essendovi
custodita da tempi assai remoti. Il
parroco non la volle cedere neanche alla
commissione della Curia Vescovile che nel
1962 ne aveva fatto richiesta, per
sistemarla in un museo provinciale delle
opere sacre da poco tempo istituito.
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Dipinta a tempera su legno, gesso e
lamina d'oro, l'effige raffigura la Madonna con il
Bambino ed è attribuita
ad autore ignoto, appartenente alla
scuola siciliana di stile bizantino.
Secondo il Vaccaro ed altri studiosi ed
intenditori risale al XVI secolo, periodo
in cui gruppi di fedeli di rito
greco-ortodosso provenienti dall'Albania
sin dal 1448, cominciarono a stabilirsi
in alcuni paesi della provincia di
Palermo (Piana degli Albanesi), e nei
comuni di Contessa Entellina e Palazzo
Adriano che fino al 1844 facevano parte,
come Burgio, della diocesi di Agrigento.
Non è da escludere quindi che, essendo
geograficamente vicino ai suddetti
centri, accomunati in uno stesso
presbiterio attorno ad un unico vescovo,
Burgio abbia risentito dell'influenza
bizantina, acquisita egregiamente da un
artista locale, sebbene sia da valutare
anche la possibilità che l'icona sia
stata realizzata da un artista albanese e
trasferita successivamente a Burgio, in
circostanze ignote. |
| Una seconda corrente di
pensiero la ritiene ben più antica e
databile all'XI-XII secolo, periodo in
cui nel territorio circostante il bosco
di Rifesi, prossimo a Burgio,
cominciarono a sorgere piccole comunità
religiose attorno a monasteri e santuari
di nuova fondazione. In tal caso potrebbe
essere quasi coeva del SS.
Crocifisso del Rifesi,
venerato da antica data dalle popolazioni
di Burgio, Villafranca, Lucca Sicula,
Caltabellotta e Chiusa Sclafani: la
seconda domenica di agosto centinaia di
pellegrini si recano alla Chiesa Madre di
Burgio per venerare il SS. Crocifisso
ligneo e, nel pomeriggio, lo conducono in
processione fino al Santuario
di S. Maria del Rifesi;
la seconda domenica di Ottobre, allo
stesso modo, il Crocifisso viene
riportato in processione, in una cornice
di canti corali, musiche e suoni di
tamburi, nella Chiesa della Madrice. Il
bosco del Monte Rifesi è per sua natura
un luogo particolarmente solitario e
suggestivo, raggiungibile, fino a poco
tempo fa, soltanto tramite percorsi in
terra battuta e sentieri assolati, e per
questo suo aspetto si è sempre prestato
alle esigenze religiose di eremiti e
pellegrini solinghi. Gli storici locali
narrano che in epoca normanna, il
granconte Ruggero - fratello di Roberto
il Guiscardo che, alla guida
dell'esercito normanno, il 5 maggio 1072,
fece ingresso nella città di Palermo
muovendo da lì alla conquista
dell'intera isola - volle edificare, in
quel luogo che in un lontano passato si
era distinto come centro di focolai di
rivolta offrendo rifugio agli schiavi
ribelli durante la seconda guerra servile
(104-100 a.C.), una piccola chiesa ad
unica navata, a simbolo della fede
cattolica e soprattutto del potere
normanno. Avendo ricevuto una sacra
immagine della Vergine, in occasione del
Concilio di Amalfi nell'anno 1059 dal
pontefice Nicolò I, come vessillo di
guerra e segno di investitura e di
augurio per la campagna di liberazione
della Sicilia dagli infedeli Musulmani,
volle destinare la nuova Chiesa alla
Vergine stessa. E' possibile che in
quell'occasione Ruggero abbia riposto il
vessillo ricevuto da Nicolo I nella
piccola Chiesa, e forse quell'immagine
costituì il modello dell'icona della
Madonna della Consolazione, realizzata su
supporto ligneo. In tal caso si
spiegherebbe come mai un'effige
probabilmente del XII secolo si trovi
nella Chiesa Madre di Burgio, risalente
al XVI secolo: così come il
Crocifisso,
anche l'icona potrebbe essere originaria
della Chiesa del Rifesi, e poi traslata
nella Madrice di Burgio. Da documenti
d'archivio, invece, sembrerebbe che la
fondazione della Chiesa sia avvenuta nel
1170 ad opera di Ansaldo, castellano del
palazzo regio di Palermo, raffigurato in
uno dei due protomi che ne adornano il
portale di ingresso (l'altro effigia il
Gentile, vescovo di Agrigento nel periodo
di fondazione della Chiesa). |
Conciliando le due
ipotesi, si può a ragione presumere che,
fondata circa un secolo prima, nel 1170
la fabbrica sia stata sottoposta ad opere
di ristrutturazione e completamento, in
concomitanza all'edificazione
dell'annesso Monastero. Infatti, gli
stessi storici locali narrano che, nel
medesimo luogo in cui l'avo aveva
innalzato la Chiesa di S.Maria, Guglielmo
I il Malo, re di Sicilia dal 1154, volle
edificare un Monastero destinato a padri
benedettini: la tradizione vuole che,
essendo stato salvato durante una partita
di caccia dall'intervento miracoloso di
contadini del luogo, su ispirazione
divina decise di edificare monasteri e
santuari nei boschi del Rifesi e
S.Adriano.
In realtà, fu un progetto economico e
politico ad indurre il re Guglielmo a
quest'opera religiosa: infatti, i nuovi
monasteri e santuari della zona del
Rifesi avrebbero costituito dei poli
d'attrazione per artigiani, pastori e
contadini, promuovendo un fenomeno di
ripopolamento dell'intero territorio
gravitante attorno al bosco; il re mirava
soprattutto ai centri di Prizzi, Bivona,
Cammarata, Caltabellotta, Bisacquino e
Corleone, abitati ancora da popolazioni
prevalentemente musulmane, dimostratesi
in varie occasioni particolarmente
ribelli; inoltre, questi nuovi centri
religiosi, avrebbero costituito per i
normanni dei punti strategici per
assicurarsi il controllo del territorio.
Ma nonostante il programma prevedesse un
coinvolgimento così vasto, le comunità
religiose si addensarono prevalentemente
nel bosco del Rifesi e fecero del
Santuario di S. Maria uno dei luoghi di
riferimento dei primi cristiani. Nel
1188, previo consenso del vescovo di
Agrigento, Bartolomeo, il Monastero fu
occupato da una comunità di monaci
provenienti dall'abbazia della Trinità
di Rephet, in Siria, abbandonata in
seguito alla caduta del regno di
Gerusalemme in mano ai Musulmani. E'
quindi abbastanza accreditata l'ipotesi
che il Crocifisso del Rifesi - e chissà
se non anche l'icona della Madonna della
Consolazione -, datato al XII secolo ed
attribuito ad autore ignoto, sia giunto
alla Chiesa di S. Maria proprio in tale
occasione, sebbene un'antica leggenda,
particolarmente cara ai fedeli devoti,
racconti che l'artefice del Crocifisso fu
un pastore del luogo il quale, trovato un
grosso tronco di legno nel bosco del
Rifesi, cominciò ad intagliarlo con il
proprio coltello, giorno dopo giorno,
mentre accudiva alle messi, con
l'intenzione di realizzarne un
Crocifisso; tuttavia, quando finì di
intagliare la parte del corpo, dal collo
in giù, si arrestò spazientito, avendo
provato più di una volta a modellare la
testa senza mai riuscirvi. Un giorno, in
un momento di sconforto, fu aiutato da un
evento improvviso ed eccezionale: nei
pressi di una quercia, detta da allora la
"celsa di lu Signuri", il
pastore trovò inaspettatamente la testa
del suo Crocifisso, modellata esattamente
come l'aveva pensata. Quando provò ad
attaccarla alla restante parte del corpo,
si rese conto che ne rispettava
fedelmente le dimensioni e ne proseguiva
esattamente le forme.
Pochi anni separerebbero dunque il
Crocifisso del Rifesi dall'icona della
Madonna della Consolazione,
oggi riuniti finalmente in un medesimo
luogo, la Chiesa Madre di Burgio, dopo
anni di vicissitudini. L'icona ha
ritrovato la sua antica collocazione
soltanto il 30 Aprile 1995, dopo una
lunga e complessa vicenda che ancora non
ha avuto un definitivo e completo
chiarimento.
La travagliata storia della Madonna con
il Bambino ha inizio negli anni '60: nel
testamento di Maria Sortino, coinvolta
nella vicenda, si racconta che il parroco
Rocco Colletti, preoccupato da una serie
di furti che si erano ripetutamente
verificati nelle chiese del paese, ed
essendo ormai anziano e non più capace
di accudire in maniera adeguata ai beni
più preziosi della Chiesa (tanto più
che, a seguito di una dettagliata
perizia, un noto intenditore aveva
valutato il dipinto alcune decine di
milioni di lire), credette opportuno
affidare l'icona alla cognata, la stessa
Maria Sortino, che abitava nelle
vicinanze della Chiesa, in una palazzina
in Via Sant'Antonio. L'operazione avvenne
in gran segreto, probabilmente nel 1962,
e nessuno dei fedeli si accorse del
trasferimento poiché, già da tempo, in
occasione della periodica pulitura, il
dipinto era stato trasportato in
sagrestia. Maria Sortino possedeva nella
sua abitazione diversi ripostigli segreti
e all'interno di uno di essi, nella
propria camera da letto, ripose con
tranquillità l'icona: nessuno, a parte
lei ed il sacerdote, si pensava
conoscesse tale nascondiglio. Eppure,
quando alle tre di pomeriggio del 10
settembre 1964, preparandosi a compiere
dei lavori di ristrutturazione nella
propria casa, aprì il ripostiglio per
trasferire l'immagine sacra in un luogo
più idoneo, ebbe la spiacevole sorpresa
di non trovare più il dipinto. La
notizia fu presto comunicata al parroco
don Colletti, che apparve subito
amareggiato e mortificato per l'accaduto:
si decise di mantenere segreta la notizia
per qualche tempo, sperando che il ladro
pentito lo restituisse; nel frattempo
avrebbe fatto ritorno in sede il vescovo
di Agrigento, Mons. Giuseppe Petralia, in
quel tempo impegnato a Roma nei lavori
del Concilio Vaticano II, a cui era
dovere comunicare la notizia prima di
avviare qualsiasi provvedimento.
Il 5 Ottobre del 1964, nel corso di un
incontro svoltosi a Palermo, si convenne
di informare la popolazione, i fedeli e
le autorità competenti e da quel momento
si diede inizio alle ricerche. Diffusasi
la notizia del furto, cominciarono a
nascere nel paese infamanti sospetti nei
confronti del parroco Colletti e della
cognata, soprattutto considerata
l'eccezionalità delle circostanze: molti
infatti si convinsero che, conoscendo il
valore dell'icona, avessero preso segreti
accordi per far scomparire il dipinto e
poi venderlo a mercanti d'arte; altri
sostenevano che invece l'arciprete fosse
venuto a conoscenza del nome del ladro
durante la confessione, ed avesse deciso
di mantenere il segreto per non venir
meno agli obblighi della confessione. In
ogni caso, in tutto il paese le famiglie
Colletti e Sortino furono vituperate e
coperte di infamia, tanto che alla morte
di don Rocco Colletti, avvenuta il 7
Marzo 1965 pochi mesi dopo il furto, solo
pochi burgitani sentirono il dovere di
partecipare alla funzione funebre di
colui che pure era stato parroco di
Burgio dal 1931. I suoi familiari
raccontano che, sul letto di morte,
l'arciprete pregò affinché il ladro
pentito restituisse finalmente l'icona
della Madonna, cosicché i fedeli e
compaesani potessero liberarlo da quella
infamante accusa; ma questa consolazione
gli fu negata. Maria Sortino fu più
volte interrogata dai carabinieri e subì
anche un processo. Fu assolta dai giudici
per mancanza di prove che ne potessero
attestare la colpevolezza, ma non dai
concittadini che continuarono a ritenerla
per circa trent'anni responsabile del
furto dell'icona bizantina. Profondamente
ferita dalle accuse, l'8 Dicembre 1964
volle scrivere a propria discolpa, appena
tre mesi dopo il furto, un promemoria che
costituisce quasi un testamento,
invitando il nuovo parroco Giuseppe
Marciante a leggerlo pubblicamente in
occasione del proprio funerale: questo
documento rivela tutta la storia
dell'icona della Madonna della
Consolazione, dal momento in cui venne
riposta nella sagrestia della Chiesa
Madre e poi trasferita presso la casa
Sortino, e si chiude con l'invocazione ai
fedeli di Burgio affinché possano
sgombrare la loro mente da tal dubbio nei
confronti di due compaesani.
Il documento però, non facendo cenno
dell'artefice del furto, non riuscì a
placare gli animi dei burgitani, tanto
più che le indagini proseguivano senza
dare alcun risultato: troppa gente
frequentava, per ragioni di fede o di
culto, sia la casa dei Colletti che
quella dei Sortino, e nessun indizio si
era riusciti a trovare per orientare in
qualche maniera le ricerche. Il caso
venne quindi archiviato e su tutta la
vicenda cadde il silenzio più assoluto.
Del resto soltanto alcuni anziani, quelli
un tempo impegnati nelle attività
parrocchiali, avevano ancora un ricordo
vivo del dipinto. Ventotto anni dopo il
furto, inaspettatamente, giunse a Burgio
la notizia del ritrovamento dell'icona.
Teatro dell'avvenimento l'affollata
Cattedrale di Catania, nella tarda
mattinata del Giovedì Santo del 1992: un
fedele confidò al sacerdote Monsignor
Luigi Bommarito, arcivescovo della città
etnea, già vescovo per alcuni anni della
diocesi di Agrigento, di aver lasciato su
un banco della stessa Chiesa un involucro
avvolto nella carta di giornale. "Lo
rimetta al suo posto" disse con tono
perentorio, coperto dalla grata di legno.
L'involucro conteneva una tavola dipinta,
suddivisa in tre pezzi. Chiesto
l'intervento della Sezione Rapine della
questura di Catania, Monsignor Bommarito
lanciò un appello ai parroci di tutta la
diocesi, ma nella provincia catanese
nessun furto di icone sacre era stato
denunciato negli ultimi decenni.
In occasione della Pasqua dello stesso
anno, l'arcivescovo comunicò la notizia
al vicario episcopale della diocesi di
Agrigento, Monsignor Alfonso Tortorici,
il quale si ricordò vagamente di
un'opera d'arte trafugata a Burgio. Una
lettera indirizzata all'arciprete don
Giuseppe Marciante comunicava il
ritrovamento di un'immagine sacra di cui
allegava anche la fotografia, ed invitava
il parroco a presentarsi a Catania per il
riconoscimento del dipinto: il miracolo
era compiuto perché don Marciante, dopo
accurate ricerche nell'archivio
parrocchiale e nei documenti depositati
presso la caserma dei carabinieri di
Burgio, aveva trovato una vecchia
fotografia ingiallita dell'icona che ne
permetteva l'identificazione. Sebbene in
stato di grave deterioramento, Monsignor
Bommarito invitò i fedeli di Burgio ad
esporre il dipinto della Madonna
bizantina ad Agrigento, in occasione
della visita del Papa Giovanni Paolo II:
sull'altare allestito a Piano San
Gregorio, il 9 Maggio 1993, l'icona ebbe
la benedizione del Papa, insieme al
Crocifisso di Santa Margherita Belice, a
cui vengono attribuiti numerosi miracoli.
Successivamente venne trasferita a Roma
per il restauro, sotto la sovrintendenza
della Pontificia Commissione per la
Conservazione del Patrimonio Artistico e
Storico della Chiesa. E finalmente,
tornata all'antico splendore, fece
ritorno il 30 Aprile 1994 nella Chiesa
Madre di Burgio, dove venne collocata,
all'interno di una nicchia rettangolare,
quasi una cassaforte, in una cappella
alla destra dell'altare maggiore,
sottoposta per mesi ad accurati restauri
per accogliere adeguatamente il prezioso
dipinto.
Rimane tutt'oggi ignoto l'autore del
furto, ma il ritrovamento della sacra
icona è stato interpretato dai burgitani
come un segno divino, un invito alla
speranza e contemporaneamente al
pentimento per aver immotivatamente
coperto di calunnia il defunto don Rocco
Colletti e la cognata Maria Sortino.
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