Alessandro
Dell'Aira



Un pioniere dell'arte subacquea:
mastro Giuseppe Bono da Palermo



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Accorso a Lisbona nel 1580, un siciliano ambizioso collauda nel Tago due ingegnose campane subacquee. Deluso da Filippo II che gli nega la patente d'oltremare, rinuncia alle perle e ai coralli delle Indie e accetta l'incarico di ripulire il porto fluviale di Siviglia, intasato dai detriti e dai relitti.

La storia di mastro Giuseppe Bono da Palermo e delle sue campane per palombari è stata ricostruita da Alessandro Dell'Aira sul numero di marzo-aprile 2000 della rivista d'arte «Kalós», di Palermo; sul n. 22 (febbraio 2002) della rivista «HDA News» della Historical Diving Society italiana; su «LaSCUOLAdelPONTE» I (2002), annuario del Liceo Scientifico e Linguistico Leonardo da Vinci di Trento.



 


LA CAMPANA METALLICA - Questa storia è veritiera. L'abbiamo ricostruita combinando le carte di due archivi spagnoli: l'Archivio delle Indie, di Siviglia, e l'Archivio della Corona, di Simancas. Il disegno della campana di metallo è autentico, del 1583, e riproduce in scala un originale di un metro di diametro, un metro e venti d'altezza e poco meno di una tonnellata di peso.  Il disegno della campana di legno, di Bruno Degasperi, è la versione grafica, fedelissima, di una descrizione contenuta in un privilegio reale del febbraio 1582 a favore di Giuseppe Bono, emesso a Lisbona da Filippo II con la licenza d'uso esclusivo nei mari d'Europa, ma non delle Indie. Le attività d'oltremare, infatti, poteva svolgerle solo chi aveva il requisito della cittadinanza castigliana, o almeno dieci anni di residenza nel regno di Spagna.


Ricostruzione moderna
della campana di legno
((disegno di Bruno Degasperi)



Disegno della campana metallica
datato 1583
((Archivio delle Indie, Siviglia)



 



Mastro Giuseppe Bono da Palermo, che non aveva né l'uno né l'altro requisito, non si arrese. Sperimentò nel Tago la campana di metallo nell'estate del 1583, quando il re era partito da qualche mese per la Castiglia, e rinnovò la supplica, esibendo la testimonianza del cardinale viceré del Portogallo, nipote di Filippo II. Dalle carte, tuttavia, non risulta concesso alcun privilegio per le Indie. Risulta invece che nel 1586 il siciliano si trovava a Siviglia al servizio del duca di Medina Sidonia, poco prima che questi ricevesse l'infausto comando della flotta reale, la famosa Invincibile Armata. Nei giorni dell'incursione corsara di sir Francisc Drake nel porto di Cadice, mastro Giuseppe forse ispezionava il fondo del Guadalquivir con le sue campane, in attesa di avere licenza di rifarsi con le perle e i coralli delle Indie. Gli va comunque riconosciuta la patente di precursore: le campane a quei tempi erano molto rare, ne aveva usata una Francesco de Marchi nel lago di Nemi, a Venezia le usavano per ripulire i canali, ma non erano certo campane migliori delle sue. L'idea dell'arganello non era originale: l'aveva già proposta il matematico Niccolò Tartaglia, senza applicarla.


Nella Biblioteca Labronica di Livorno, la città in cui mastro Giuseppe  aveva lavorato per il Granduca di Toscana, si conserva un volume illustrato, il Supplemento de la travagliata inventione de Nicolo Tartaglia. Nel quale se mostra … un modo … di sapere afferrare & imbracare ogni naue affondata, stampato a Venezia nel 1551, con molte glosse manoscritte di un personaggio locale vissuto ai primi del secolo XVII.





Giuseppe Bono, che nel 1569 era commissario agli armamenti del granducato, con ogni certezza si ispirò al volume e alle illustrazioni di Tartaglia. E aggiunse di suo un'innovazione importante, con un'intuizione fondata su buone nozioni di acquaticità, dati i tempi: nella campana di legno dovevano immergersi due uomini, in grado di manovrare l'arganello e di uscirne a turno per esplorare l'ambiente sommerso.




 



PER FINIRE - Ecco qualche dato tecnico sulla campana metallica di Giuseppe Bono, che nel disegno di Siviglia è inquadrata da una linea orizzontale che sta per cinque palmi (in scala mm 173,5) e da una linea verticale di mm 248, che sta per il "palmo de goa" (misura lineare di derivazione francese, impiegata a Lisbona negli ambienti navali). I calcoli sono di Paolo Girardi e Carlo Dorigatti, colleghi di scienze. Ho ricevuto altri suggerimenti preziosi da altri amici che mi hanno assistito e sostenuto: Faustolo Rambelli, Nick Baker, Gianfranco Purpura e José Pedro  Katzenstein. Li ringrazio di cuore: la ricerca d'archivio, come quella subacquea, è un'arte di gruppo.




 



Diametro della base: cm 100
Altezza massima: cm 121
Volume del cavo: m
3 0,82
Volume del pieno: m
3 0,08
Volume complessivo: m
3 0,90
Spessore del pieno: cm 2
Sezione delle funi: cm 4
Peso approssimativo: almeno 7 quintali
(secondo il tipo di metallo o lega)

A 10 metri di profondità:
-innalzamento dell'acqua all'interno, cm 52
-variazione dell'aria respirabile, m
3 0,42
-autonomia per due uomini sotto sforzo, 18'






     
 
     
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