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Mastro Giuseppe Bono da
Palermo, che non aveva né l'uno né l'altro
requisito, non si arrese. Sperimentò nel Tago la
campana di metallo nell'estate del 1583, quando
il re era partito da qualche mese per la
Castiglia, e rinnovò la supplica, esibendo la
testimonianza del cardinale viceré del
Portogallo, nipote di Filippo II. Dalle carte,
tuttavia, non risulta concesso alcun privilegio
per le Indie. Risulta invece che nel 1586 il
siciliano si trovava a Siviglia al servizio del
duca di Medina Sidonia, poco prima che questi
ricevesse l'infausto comando della flotta reale,
la famosa Invincibile Armata. Nei giorni
dell'incursione corsara di sir Francisc Drake nel
porto di Cadice, mastro Giuseppe forse
ispezionava il fondo del Guadalquivir con le sue
campane, in attesa di avere licenza di rifarsi
con le perle e i coralli delle Indie. Gli va
comunque riconosciuta la patente di precursore:
le campane a quei tempi erano molto rare, ne
aveva usata una Francesco de Marchi nel lago di
Nemi, a Venezia le usavano per ripulire i canali,
ma non erano certo campane migliori delle sue.
L'idea dell'arganello non era originale: l'aveva
già proposta il matematico Niccolò Tartaglia,
senza applicarla.
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