Alessandro
Dell'Aira



Un pioniere dell'arte subacquea:
mastro Giuseppe Bono da Palermo



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Accorso a Lisbona nel 1580, un siciliano ambizioso collauda nel Tago due ingegnose campane subacquee. Deluso da Filippo II che gli nega la patente d'oltremare, rinuncia alle perle e ai coralli delle Indie e accetta l'incarico di ripulire il porto fluviale di Siviglia, intasato dai detriti e dai relitti.

La storia di mastro Giuseppe Bono da Palermo e delle sue campane per palombari è stata ricostruita da Alessandro Dell'Aira sul numero di marzo-aprile 2000 della rivista d'arte «Kalós», di Palermo; sul n. 22 (febbraio 2002) della rivista «HDA News» della Historical Diving Society italiana; su «LaSCUOLAdelPONTE» I (2002), annuario del Liceo Scientifico e Linguistico Leonardo da Vinci di Trento.



 


L'ANTEFATTO - Era estate inoltrata, l'estate del 1581. Filippo II era molto contento di trovarsi a Lisbona in riva al grande fiume. In quei mesi l'umore gli si era addolcito, osservare le galere dal palazzo gli dava un gradevole senso di leggerezza. Aveva ereditato la corona portoghese, la penisola era tutta sua. Gli piaceva quella città luminosa anche d'inverno, con i pontili ancorati da ogni lato per resistere alle onde di marea. La capitale era uno scalo ideale per le navi in partenza e di ritorno dalle Indie. Il porto sul Tago era più comodo del porto di Siviglia, così basso e rischioso per tutte le insidie che il Guadalquivir nascondeva a pelo d'acqua.





Com'erano Siviglia e il porto sul Guadalquivir
ai tempi di mastro Giuseppe Bono da Palermo

 


Il re si trovava sull'altra riva di fronte alla città, ad Almada, in una piccola casa a pochi metri dall'acqua, dove andava a ritirarsi spesso. Dalla terrazza si poteva udire distintamente ciò che messer Bono dalla barca andava spiegando al segretario del re, fermo in piedi sul molo.




Lisbona vista da Almada nel 1593
Disegno dell'Archivio delle Indie

 

 


Filippo pensò: questo siciliano, venuto da Napoli solo per me, potrà essermi utile con la sua macchina di legno. Mastro Giuseppe nel frattempo diceva: «La mia travagliata invenzione ha la forma di un vaso ottagonale ed è simile ai vasi di legno in cui si piantano gli alberi di cedro. Essa può scendere a forza di braccia e tornare di sopra in un momento. Dentro la macchina c'è un arganello, per manovrarlo servono due uomini. Stanno per metterla in acqua dal ponte di quello scafo, e i due uomini in piedi lì accanto sono i miei campanari».


     
 
     
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